TRASFIGURAZIONE: LUCE INTENSA NEL BUIO QUOTIDIANO

Domenica II Quaresima 2019 – Anno C  (17 marzo)
Letture: Gn 15, 5-18; Fil 3, 17 – 4, 1; Lc 9, 28b-36

Non è certo per caso che Luca sottolinea, in questo brano del vangelo della Trasfigurazione, il fatto che Pietro e i suoi compagni erano “oppressi dal sonno”, come Abramo, nella prima lettura, oppresso dal “torpore”, prima dell’arrivo dell’angelo di Dio nella fiamma. Nei due casi, è l’avvicinamento del mistero che produce proprio questo stato di oppressione, con l’impressione di perdere il contatto con la realtà, la coscienza del tempo e del luogo. Ma questa non è l’unica immagine, presa dall’Antico Testamento, per esprimere la continuità della rivelazione.

Difatti, accanto a Gesù, ci sono Mosè e Elia, due grandi personaggi dell’Antica Alleanza. Mosè aveva fatto uscire il popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto per condurlo, attraverso il deserto durante quarant’anni, verso la terra della promessa. Elia, invece, aveva cercato di ricondurre dall’esilio del paganesimo, verso la sua patria spirituale, lo stesso popolo che si era stancato del suo Dio. Mosè aveva dato la Legge, Elia aveva colpito i cuori, ma tutti e due avevano vissuto desiderando vedere colui che doveva venire. E, per tutti e due, è su una montagna che Dio si era manifestato, ma non faccia a faccia. Mosè aveva visto solo le sue “spalle” e Elia aveva dovuto nascondersi la faccia per non morire.

Così, tanti dettagli: la montagna, la presenza di Mosè e Elia, il sonno, che fanno parte di questo momento particolare della Trasfigurazione di Gesù, sono come un riassunto, una sintesi di tutte le aspettative, di tutti i desideri, di tutte le esperienze di incontro con Dio nella prima Alleanza. Non è per caso che Pietro e i suoi compagni hanno l’impressione di dover rimanere là per sempre. La Trasfigurazione è, in un certo modo, la fine della storia, la fine della ricerca di Israele, il compimento delle promesse di Dio. In un certo senso, la Trasfigurazione è il ritorno al Paradiso. E lo conferma la voce del Padre parlando nella nube: l’uomo ha ritrovato la vicinanza con Dio.

Ma il vangelo non si chiude così. Siamo soltanto a metà strada! Difatti, continua san Luca, “appena la voce cessò, restò Gesù solo”! Gesù solo con i tre discepoli sorpresi e commossi. Gesù chiede loro il silenzio perché, per il momento, ciò che hanno vissuto, non possono ancora capirlo. Ci vogliono la passione e la resurrezione per capire questa esperienza. Ma il Signore ha voluto che alcuni dei suoi discepoli avessero sperimentato la sua gloria perché potessero dopo accettare la sua passione, e aspettare senza perdere la speranza.

Spesso, anche nella nostra vita, ci sono dei momenti di luce, di gioia intensa, di esperienze molto profonde. E poi torna il buio, il quotidiano, la stanchezza dei giorni e il peso delle difficoltà. Questi momenti luminosi sono un po’ per noi come delle piccole trasfigurazioni che ci permettono di non fermarci, di non abbandonare, di non rinunciare. Quando viviamo ancora nella luce di queste esperienze spirituali, tutto ci sembra molto facile e molto leggero, ma poi, col passare del tempo, la pesantezza e la stanchezza rischiano sempre di annientare la nostra volontà. Per questo, ogni tanto, e spesso in modo inaspettato, Gesù ci viene incontro, nella sua luce.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)