Francesco, due anni dopo

Due anni fa, in quella serata storica e memorabile del 13 marzo 2013, la Chiesa, voltava un’altra pagina della sua storia millenaria con l’elezione di Papa Francesco, scelto dai cardinali del Conclave “dalla fine del mondo” per guidare la barca di Pietro. Sono passati due anni. Ma si è chiusa un’epoca e se n’è aperta un’altra. In un lasso di tempo minimale, se confrontato ai secoli di cristianesimo trascorsi, si sono concentrati la chiusura di uno dei più lunghi pontificati della storia (quello di Giovanni Paolo II) preceduto da uno dei più corti e, ancora oggi, umanamente sconcertanti (i 33 giorni di Giovanni Paolo I e la sua morte improvvisa), le storiche dimissioni di Benedetto XVI e la scelta del primo Papa americano, primo gesuita, primo anche nella scelta di un nome scomodo come quello di Francesco. Un nome nuovo che spiega, in parte, le innovazioni del nuovo Pontefice: niente crocefisso d’oro, niente alloggi inutili, rivoluzioni interne e tanta vicinanza alla gente comune sono state le sue le prime mosse. A comiciare da quel “buonasera“, rivolto a una Piazza San Pietro impazzita di gioia. Un saluto che ha cambiato, per sempre, la storia della Chiesa del Terzo millennio. Perché nulla sarà più come prima.


Pubblichiamo un’intervista riilasciata da Padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana, nel primo annersario dell’elezione di Papa Francesco. Potrebbe essere stata scritta oggi per la lucidità e la lettura profetica.

La cosa principale di questo primo anno è certamente la grande attenzione, la grande attrazione della gente – dico la gente, per dire non solo i cattolici praticanti, ma tutte le persone di questo mondo – la grande attenzione per questo Papa, per il suo messaggio. E’ qualcosa che penso e spero sia radicato molto profondamente nel cuore delle persone, che si sono sentite toccate da una parola di amore, di attenzione, di misericordia, di vicinanza, di prossimità, in cui attraverso l’uomo, il Papa, è l’amore di Dio che arriva. Io ricorderei un certo numero di episodi, che sono rimasti per me particolarmente toccanti nel corso di quest’anno. Naturalmente la prima comparsa alla loggia della Basilica di San Pietro, con tutto quello che ricordiamo e che ha rappresentato, è indimenticabile. Poi, ricordo la lavanda dei piedi ai giovani nel carcere il Giovedì Santo, nel pomeriggio. Ricordo il viaggio a Lampedusa, con la sua grande intensità di vicinanza alle persone più dimenticate e abbandonate e a coloro che sono morti nel viaggio della speranza e del dolore verso un futuro migliore. Ricordo la Giornata mondiale della gioventù a Rio, il grande incontro della gioventù mondiale, in particolare latinoamericana, con il Papa nel loro continente. Ricordo Assisi. Ricordo il documento programmatico – diciamo così – l’Esortazione apostolica, Evangelii Gaudium, in cui abbiamo veramente il cuore del Papa articolato in un modo molto chiaro, molto ampio, come programma del suo Pontificato. E poi il Concistoro del mese di febbraio. Queste tappe ci dicono quanto sia stato intenso quest’anno e quanti aspetti siano stati toccati, quanti incontri siano avvenuti. Il Papa vuole una Chiesa in uscita, parla di riforme strutturali necessarie. Come sta cambiando la Chiesa? La Chiesa mi appare veramente come un popolo in cammino. Questa è la cosa più caratteristica: un senso di grande dinamismo. Il Papa ha dato un grande impulso e cammina con una Chiesa che cerca la volontà di Dio, che cerca la sua missione nel mondo di oggi per il bene di tutti, andando veramente verso le periferie, verso i confini del mondo. Il Papa ha parlato spesso dei pastori che sono davanti, dentro, dietro il gregge, per aiutarlo a camminare, a trovare la sua strada. Mi sembra che egli sia veramente così e invita anche tutta la Chiesa ad essere in cammino. C’è un senso forte di dinamismo, che si riscontra in particolare nell’itinerario sinodale, questo lungo cammino di un paio di anni, in cui la Chiesa riflette su un punto centrale dell’esperienza umana e cristiana, che è appunto la famiglia. Papa Francesco guarda molto ai lontani e scuote molto i vicini… Certamente, perché Dio guarda tutti. Quindi è riuscito a far capire che l’interesse di Dio, il suo sguardo, è per tutte le sue creature, per tutte le persone del mondo e nessuno è dimenticato. Questo è un punto estremamente importante e non l’ha inventato Papa Francesco evidentemente. E’ riuscito, però, a darne un senso molto forte e tantissime persone lo hanno capito. Manifestazioni di attenzione, quindi, che vengono da sedi, da organi di stampa non abituali, significano che il suo messaggio è arrivato. E naturalmente tutti dobbiamo essere in cammino, quindi anche le persone che magari si sentivano più tranquille o più stabili, stabilizzate nella loro condizione, si sentono coinvolte da questa grande missione. Anche questo ha certamente un aspetto positivo. Quali immagini significative del primo anno di Pontificato le vengono in mente? Mi vengono in mente soprattutto le udienze generali del mercoledì: il Papa che passa attraverso la gente, il Papa che saluta, sorride, incontra e in particolare che si sofferma con i malati. Questa sua scelta precisa, che i malati sono i primi che egli saluta dopo avere terminato la sua catechesi, scendendo dal sagrato e andando dove sono loro, mi sembra molto significativo. Ecco, chi soffre e chi è debole ha una priorità nel cuore del Papa e della Chiesa, perché ha una priorità nel Vangelo. Attento al tempo della Chiesa e al significato profondo della liturgia cristiana, Benedetto XVI aveva scelto con cura il momento dell’annuncio di una decisione clamorosa, presa molto tempo prima. La dichiarazione di rinunciare al pontificato fu collocata così a ridosso dell’inizio della quaresima, periodo penitenziale che da mezzo secolo i Papi aprono con una settimana di silenzio e meditazione per gli esercizi spirituali. Settimana che, un anno dopo, coincide suggestivamente con il primo anniversario dell’elezione del suo successore, in ritiro con i suoi collaboratori più stretti. E si può essere certi che Francesco viva come un segno questa singolare circostanza. Di quella sera piovosa e fredda i ricordi sono tanti e diversi, ma — nella novità senza precedenti di un vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo» — il tratto più nuovo nelle sue prime parole, tanto meditate quanto semplici, è senz’altro la preghiera insieme ai fedeli. E al Padre nostro, all’Avemaria e al Gloria per il suo predecessore seguì quella silenziosa del popolo per invocare sull’eletto la benedizione di Dio. Solo allora il successore dell’apostolo Pietro benedì «tutti gli uomini e le donne di buona volontà», per congedarsi con l’annuncio che all’indomani sarebbe andato dalla Madonna per chiedere la protezione sulla città. Un anno è trascorso dall’annuncio della «grande gioia» (gaudium magnum) e proprio la dimensione del rapporto con Dio è quella in cui meglio si comprende il pontificato di Francesco. Come il Papa spiega quasi ogni giorno quando commenta la Scrittura e ricorda che la misericordia di Dio non si stanca di chiamare ogni persona umana (miserando atque eligendo), come accadde con lui in un settembre ormai lontano, ma così vivo nel ricordo da sembrare ieri. Saranno gli storici ad approfondire una successione papale che non ha precedenti nella storia della Chiesa di Roma, ma già adesso sembra chiaro che è stato il gesto esemplarmente umano e cristiano di Benedetto XVI — protagonista di un pontificato grande e importante, per molti svelato dalla sua conclusione — a preparare l’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires. La riflessione sulla rinuncia del Papa ha così predisposto i cardinali a un ascolto profondo dell’intervento di Bergoglio nei giorni precedenti il conclave e convincendo gli elettori dell’urgenza di una Chiesa sempre più missionaria e sempre meno autoreferenziale. La fumata bianca levatasi dalla Sistina si è così levata nel buio e nella pioggia di una fredda sera romana disperdendo ancora una volta calcoli e pronostici, non solo giornalistici. Nell’annuncio di un pontificato che si è incamminato con decisione sulla via del rinnovamento. In continuità con quello iniziato e richiesto dal concilio mezzo secolo fa, per coinvolgere in questo cammino la Chiesa intera. Che non vuole restare chiusa nei propri recinti, ma testimoniare la gioia e la speranza del Vangelo alle donne e agli uomini di oggi.

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