UN PRIMO ASSAGGIO DEL FUOCO DI NATALE

3a domenica: AVVENTO ANNO C (16 dicembre 2018) – Letture: Sof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

In questi testi, noi ritroviamo numerosi elementi che costituiscono il fascino e lo splendore della festa di Natale: gioia, ovazioni, letizia, amore, danze e grida di gioia nel brano del libro di Sofonia; gioia, serenità e pace nella lettera ai Filippesi; abbondanza, luce e calore del fuoco nel Vangelo. In fondo in fondo, è come se la liturgia avesse voluto sistemare sotto i nostri occhi lo scenario delle feste che si avvicinano.

Ma, a questa prima impressione di ambiente festivo, il Vangelo aggiunge un’altra sfumatura. In effetti, in Giovanni Battista, l’immagine del fuoco, simboleggiata dalle luminarie della festa e dalle ghirlande luminose, significa soprattutto quella purificazione attraverso il fuoco di tutto ciò che, in qualche modo, non può aspirare alle gioie di questa festa. Nello stile dei profeti d’Israele, Giovanni ci ricorda che l’annuncio della Buona Novella è anche, e prima di tutto, un invito alla conversione.

Del resto, varie volte Gesù stesso riprenderà questa immagine del fuoco nei Vangeli, per annunciare la fine dei tempi, oppure per parlare della propria missione: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). E in questo modo, una lettura dopo l’altra, scorrono sotto i nostri occhi le mille sfumature della festa di Natale.

Possiamo anche avere l’impressione che ci sia una certa contraddizione. Come conciliare, in effetti, la gioia e la serenità del profeta e dell’apostolo con la presentazione più esigente di Giovanni Battista? Non è che, come nelle ideologie di questo mondo, ci siano quelli che vedono solo il lato positivo delle cose, e quelli che, invece, insistono sull’aspetto più rigoroso e più rude dell’esistenza? Può essere forte la tentazione di lasciare da parte quello che non ci piace, di ridimensionare a nostra misura la rivelazione di Dio. Come se ci fosse chiesto di scegliere il nostro campo tra la misericordia di Dio e la sua giustizia!

Eppure, fin dalle origini del cristianesimo, la Chiesa ci insegna che la fede non consiste nello scegliere tra l’una e l’altra, quanto piuttosto nell’accogliere questa tensione tra la promessa di Dio e le esigenze che essa comporta. E questa sintesi sorprendente noi la troviamo realizzata sotto i nostri occhi, non nei discorsi dei teologi, ma nella vita di uomini e di donne che si sono lasciati sconvolgere e mettere completamente in discussione dall’amore di Dio.

Sono loro, i santi e le sante di ogni tempo, che hanno imparato e che ci insegnano, con la loro vita, che la gioia passa attraverso il fuoco e che la fiamma dell’amore finisce per consumare ogni timore. Sono loro, i testimoni dell’Agnello, che ci mostrano che l’amore e la pace sono frutti che possono germogliare sui terreni più ingrati e più rudi. Da questo invito alla gioia, nessuno è escluso, nessuno è scartato, se non è lui stesso ad allontanarsene. E anche in questo caso, Gesù ci insegna che il Padrone non esiterà a impugnare il suo bastone di pastore per scendere alla ricerca della pecora dispersa, per riscattare quella che era perduta.

Questi testi sono un invito ad addentrarci lungo le vie della felicità preparata da Dio, ma anche un invito a vivere una missione, una missione di fuoco. Perché la gioia di Dio può essere vissuta solo condividendola. La felicità che Dio ci promette è possibile solo se è comunicata, come una fiamma che si propaga senza sminuirsi. Dio ha bisogno di noi perché questo fuoco si propaghi nel mondo intero, un fuoco che infiammi i cuori e illumini gli occhi di tutti quelli che lo cercano, senza, molto spesso, sapere di cercarlo.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)