TROPPI MODELLI DI FELICITÀ FASULLA

Domenica 26esima del Tempo Ordinario – anno C (29 settembre)
Letture: Am 6, 1a.4-7; 1 Tim 6, 11-16; Lc 16, 19-31

I testi della liturgia di questa domenica sono una meditazione molto interessante sulla felicità. Spesso, le leggiamo con una chiave di giudizio e di condanna, cioè una chiave di interpretazione molto moralistica, ma forse non è questo lo scopo del Signore. Infatti, egli vuole piuttosto insegnarci qualcosa di molto più importante e anche molto più profondo. Egli vuole insegnarci a discernere, tra tutte le nostre fantasie, cosa è veramente la nostra felicità.

Difatti, portiamo tutti, dentro di noi, una visione inconscia di ciò che è, per ognuno di noi, la vera felicità. Spesso, questo modello interiore è un mosaico di impressioni, di ricordi, di desideri confusi, ma anche una reazione contro tante paure e delusioni. Dietro il mio modello interiore, e spesso inconscio, di felicità, c’è tutta la mia storia non solo personale, ma anche familiare, comunitaria e nazionale. Le nostre aspirazioni, i nostri sogni più segreti fanno parte di questo desiderio profondo. Ma spesso, non lo sappiamo.

Le letture di questa domenica ci descrivono alcuni di questi modelli di felicità che hanno attraversato i secoli e rimangono nei nostri tempi. E sono fondamentalmente due. Il primo modello, quello del libro di Amos, è costruito sulla felicità che viene dalla sensualità e dalle emozioni. Il secondo modello, nell’epistola dell’Apostolo Paolo a Timoteo, si costruisce sulla vita interiore, sulla vita spirituale. Il primo modello, che si appoggia sull’uomo esteriore, cerca fuori, nelle cose, nei piaceri, il suo compimento. L’altro modello, che si fonda sull’uomo interiore, cerca nell’incontro degli altri e di Dio, la sua realizzazione.

Nel nostro mondo, c’è una sete molto forte di realizzarsi, di riuscire, di avere un posto nella società per approfittare al massimo della vita. Ma questo modello, come lo dice Gesù nel vangelo di oggi, dimentica tutto un lato della vita dell’uomo. Certo, le cose sono importanti e necessarie, ma, alla fine, spariranno, come il nostro corpo. Per questo, Gesù non condanna l’uomo ricco, ma sottolinea piuttosto la sua miseria. I piaceri e le ricchezze l’hanno accecato. Non si è accorto che tutto questo passava. A lui manca ormai questo spazio interiore, questa dimensione spirituale che permette di intuire almeno un po’ l’altro lato della vita.

          La sua ricchezza esteriore è diventata per lui una trappola, perché gli ha nascosto la parte più preziosa del suo essere: ha dimenticato di svilupparla. Avrebbe potuto scoprire questo suo mondo interiore, se avesse aperto gli occhi sui bisogni degli altri. Ma è rimasto chiuso in se stesso, prigioniero di sé. Non ha scoperto quest’altro lato della felicità umana che apre il cuore all’infinito nell’incontro con l’altra persona, nell’incontro con Dio. La felicità di un breve momento è diventata per lui una incapacità eterna. C’è ormai un abisso tra lui e la parte più profonda del suo essere. Certo, la povertà non è mai stata una virtù. Ma è vero che l’uomo che ha scoperto il suo limite e ne ha sofferto, può intuire meglio che la felicità non è un possesso, ma un dono. Tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che siamo, l’abbiamo ricevuto. Tutto è dono, tutto è grazia! E dobbiamo impararlo in questo mondo!

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)