Quella pace che ci fa paura

Domenica 14esima del Tempo Ordinario – anno C (7 luglio)
Letture:  Is 66, 10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

C’è una parola che torna nelle tre letture che abbiamo ascoltate, la parola “pace”. Nella prima lettura, Isaia riporta la parola del Signore al suo popolo a proposito di Gerusalemme: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace». Nella seconda lettura, Paolo insegna ai Galati che la croce del Signore è fonte di pace e misericordia. Infine, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, il Signore ricorda ai suoi discepoli che sono portatori di pace: «in qualunque casa entriate, prima dite: pace a questa casa! Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi».

La pace è dunque al centro della liturgia di questa domenica. Il Signore è il Signore della pace. Ma dobbiamo capire cosa significa la pace, perché spesso mettiamo tante cose sbagliate dentro questa parola. È vero che per molti tra noi, la pace è piuttosto un concetto negativo: l’assenza di guerra, di conflitti, di problemi. Abbiamo un’immagine abbastanza passiva della pace. Per noi, la pace significa spesso non essere disturbati, essere tranquilli. Abbiamo una visione un po’ egoista della pace. Ma questo non corrisponde a ciò che ci insegnano le Scritture.

La storia di Israele e di Gerusalemme è una lunga storia di guerre, di conflitti, di distruzione e deportazioni. Quando si legge la Bibbia, non si possono ignorare tutte queste sofferenze. La storia dell’apostolo Paolo è nella stessa linea, e anche quella delle prime comunità cristiane. Persecuzione, lotte, falsi fratelli, prove di ogni tipo hanno segnato il suo cammino personale, come quello della Chiesa nascente. E si può aggiungere che questa guerra continua ancora oggi, dentro la Chiesa come fuori. La sua storia non è una storia di pace!

Ma questo non dovrebbe stupirci! Lo aveva annunciato il Signore stesso prima della sua passione ai settantadue. Le avventure, il rifiuto e il disprezzo fanno parte della loro vocazione. Non sono più grandi del loro maestro! La pace non può venire da questo mondo, non può essere il risultato del lavoro degli uomini. I discepoli faranno l’esperienza del Signore, il principe della Pace, che è stato rigettato, abbandonato e condannato alla croce. L’annuncio della pace provoca l’ira e la ribellione del maestro di questo mondo.

La pace fa paura perché la pace del Signore non è soltanto assenza di guerra, di conflitti, di difficoltà. La pace di Gesù non è assenza, ma presenza. La sua pace è qualcosa che si costruisce, che trasforma, che guarisce. Non viene da noi, dal nostro lavoro, ma è un dono, una grazia radicata nei cieli. La pace di Gesù è un modo di vivere, con serietà e grande impegno le realtà di questo mondo, ma con gli occhi fissi sull’invisibile. Può annunziare la vera pace, può vivere nella pace, soltanto chi ha capito che la sua vita ha le sue radici nei cieli. La pace allarga il nostro orizzonte, amplifica il nostro desiderio, da un grande respiro alle realtà della vita quotidiana. La pace è il modo di guardare la vita con gli occhi del Signore, il Principe della Pace.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)

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