IL VOLTO «INDURITO» DEL CRISTO VERSO GERUSALEMME

Domenica 13esima del Tempo Ordinario – anno C (30 giugno)
Letture:  1 Re 19, 16b. 19-21; Gal 5, 1.13-18; Lc 9, 51-62

Trovare il proprio posto sulla terra per avere un luogo sicuro per sé, e coltivare relazioni che colmano il cuore, questi sono i due elementi essenziali che definiscono la felicità umana. Questi due elementi definiscono la nostra visione della beatitudine. E sono proprio quelli che Gesù, nel vangelo di oggi, ci chiede di lasciare da parte quando dice che «il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo» e quando ci invita a lasciare «che i morti seppelliscano i morti». E così Gesù definisce in un modo molto chiaro cosa significa seguirlo. Significa lasciare tutto ciò che, di solito, rende felice ogni uomo sulla terra.

Quando ci accorgiamo di questo, possiamo capire perché la tentazione, per ognuno di noi, è di tornare indietro, di recuperare ciò che abbiamo lasciato. E, se siamo onesti, dopo lo slancio della prima conversione, dobbiamo riconoscere che questo ritorno è molto comune, per tutti noi. In un certo senso, dobbiamo fare l’esperienza, anche noi, che non siamo adatti «per il regno di Dio»! Questa consapevolezza viene più o meno presto, ma è un momento importante di ogni esperienza spirituale autentica. Difatti, non siamo capaci di rinunciare per sempre a ciò che corrisponde al desiderio di ogni persona: un posto sicuro nel mondo e una vita affettiva bella e profonda.

Questa difficoltà, l’apostolo Paolo ne parla a lungo ai Gàlati ricordando loro che «Cristo ci ha liberati per la libertà»! E questa libertà non è così evidente per noi, come per i Gàlati! Difatti, più andiamo avanti, e più scopriamo i nodi, i lacci, i gioghi che impediscono di vivere veramente liberi. Certo, questa felicità del regno di Dio, la desideriamo veramente, ma vorremmo avere l’una senza perdere l’altra. Vogliamo la gioia dello Spirito, ma senza rinunciare alle gioie di questo mondo. Come il Profeta Elìseo, nella prima lettura, desideriamo seguire il Signore, certo, ma secondo il nostro progetto personale, la nostra visione.

Il Signore lo sa molto bene, molto meglio di noi. Questa libertà nuova che Dio ci offre, questa felicità dall’alto che ci propone, sono certo desiderabili, ma anche molto faticosi per noi. E il fatto di sentire questa fatica, di sperimentare questa nostra incapacità, questa impossibilità è assolutamente necessario. L’esperienza dolorosa della nostra povertà, della nostra resistenza, ci fa capire, meglio di tutti i discorsi, la necessità assoluta della grazia: senza di lui, non possiamo nulla. Cristo è veramente il nostro Salvatore!

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)