La libertà di essere scelti e amati da un altro

La nostra libertà consiste nell’acconsentire ad essere scelti, ad essere amati, ricevendoci da un altro!
19ma domenica Tempo Ordinario – Anno B (12 agosto 2018) – Letture1Re 19,4-8 ;Ef 4,30 – 5,21: Gv 6,41-51

Gesù non si sorprende affatto del rifiuto e del disprezzo dei suoi uditori, anzi, al contrario afferma ai suoi detrattori: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato!». Diverse ragioni avevano potuto indurre coloro che lo avevano incontrato sulle strade di Galilea a seguirlo, per un certo tempo. La forza della sua parola, la potenza dei miracoli che compiva, la straordinaria impronta della sua personalità avevano potuto, almeno per un po’, soggiogare coloro che lo circondavano.

Ma, Gesù lo sapeva, questo non sarebbe bastato a superare la prova.

Perché, in ogni esistenza umana, c’è un momento in cui si deve oltrepassare una soglia. Un momento in cui tutte le ragioni per le quali abbiamo scelto, coscientemente, liberamente, volontariamente, di seguire Gesù crollano o sembrano irrisorie, senza peso. C’è un momento in cui la fede ci trascina al di là di tutte le ragioni che avevamo di credere. E solo allora possiamo fare l’esperienza indicibile che è proprio il Padre ad attirarci verso Gesù, è proprio lui che ci ha scelti.

Affermando questo, Gesù non intende dire che Dio sceglie gli uni per escludere gli altri, come tenderemmo a fare noi. La scelta di Dio non assomiglia affatto alle nostre scelte umane. Gesù intende soprattutto sottolineare che la nostra libertà non consiste affatto, come viene ripetuto così spesso, nel poter scegliere! La nostra libertà consiste nell’acconsentire ad essere scelti, ad essere amati, ricevendoci da un altro! Come il Figlio si riceve dal Padre, così è anche di ciascuno di noi. Ciascuno di noi è un dono di Dio.

Tuttavia, questa libertà, che è la libertà vera, rimane fragile: ha bisogno di essere fortificata, incoraggiata, nutrita. Essa rischia sempre di esaurirsi e di vacillare di fronte alle difficoltà, ai fallimenti o alle incertezze; o semplicemente di logorarsi di fronte all’oscurità dei giorni e delle notti dell’esistenza. È questa la ragione per cui questi testi biblici, sulla movenza del Vangelo di Giovanni, ci propongono di attingere forza alle due mense: quella della Parola e quella del Pane di vita.

San Paolo riprende la parola di Gesù: «Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me». Ascoltare, in effetti, significa soprattutto vivere e praticare quanto Gesù domanda. Ascoltare, significa «imitare Dio», secondo la sorprendente formula di san Paolo il quale non fa che riprendere quanto Gesù chiede ai suoi discepoli: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». Per Paolo, imitare Dio significa vivere la Parola, farla incarnare nel concreto della nostra esistenza, permetterle di incarnarsi nelle piccole cose della vita. «Perdonatevi gli uni gli altri come Dio vi ha perdonato!».

La seconda mensa alla quale Gesù invita ad accostarci per riprendere forza, è la mensa del «Pane di vita», la mensa eucaristica. Il primo libro dei Re racconta come il profeta Elia, rimasto solo e braccato dal furore dei potenti, fu sfamato da un pane venuto dal cielo. L’eucaristia, essa sola, può permetterci di continuare ad andare avanti quando le forze ci hanno completamente abbandonato, quando non ci sono più ragioni di credere e di sperare. Perché, allora, è essa che ci porta!

Con la nostra presenza all’eucaristia, è alla tavola della Parola e del Pane dei vita che anche noi veniamo ad attingere forze nuove. Ne abbiamo bisogno per potere, a nostra volta, proseguire il nostro cammino, talvolta oscuro e incomprensibile, e poter acconsentire ad essere stati scelti. Ne abbiamo bisogno per diventare esseri veramente liberi.

Dom Guillaume trappista,
cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)

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