LA BESTIA DELL’APOCALISSE E LA LUCE DI BETLEMME

1a domenica: AVVENTO ANNO C (2 dicembre 2018) – Letture: Ger 33,14-16 ; 1 Ts 3,12-4,2 ; Lc 21,25-28.34-36

Quale contrasto stupendo tra la prima lettura dal libro di Geremia che accenna alle “promesse di bene” di Dio e la descrizione apocalittica di Gesù del vangelo di Luca nella quale il Signore descrive segni terrificanti nei cieli e sulla terra, che provocheranno l’ansia e l’angoscia tra i popoli. Ma questo contrasto è solo superficiale, perché anche il Signore sottolinea che, per i credenti, sarà il tempo di risollevare e alzare il capo. Di questo contrasto tra il terrore e il dolore da una parte, la serenità e la fede dall’altra parte, ne vediamo i primi segni nei nostri tempi. In un certo senso, ogni epoca con gli eventi tragici di questi giorni, ma anche ogni essere umano, hanno conosciuto questa contrapposizione tra luce e tenebre, tra gioia e sofferenza, tra angoscia e salvezza.

Il Signore non usa questa linguaggio apocalittico per suscitare l’angoscia e la disperazione, ma piuttosto per risvegliare la nostra attenzione, la nostra coscienza. Il tragico è di ogni epoca, di ogni esistenza umana. Nessuno può scappare allo stress, all’angoscia di perdere una persona cara, e alla solitudine della propria morte. L’esistenza umana si svolge tra due terribili esperienze: da una parte il grido della nascita che ci fa entrare nel mondo, e dall’altra parte, l’ultimo soffio di vita che ci spinge verso un’altra nascita, nel seno di Abramo, come dice la Scrittura. E tra questi due momenti di ansia e di paura, c’è questa vita terrena, fatta di gioie incompiute e di speranze spesso deluse.

Questo linguaggio apocalittico, lo capiamo forse troppo spesso come annuncio di tragedia e di ansia, quando significa infatti, nel senso etimologico del termine, rivelazione. Cioè, Dio ci svela che dietro tutto il male e tutta le sofferenze che succedono nel nostro mondo, c’è un disegno di bontà e di misericordia. Ma per poter scoprire questa altra dimensione della realtà, ci vuole un cuore attento e leggero, un cuore non appesantito dalle cose. Il vero problema è di non stancarsi e di perseverare nella speranza e nell’attesa. La fede non è mai disprezzo delle realtà di questo mondo, che sono buone perché create da Dio. Ma la fede non si accontenta delle cose finite, perché ha percepito che tutto ciò che è sta per passare.

Certo, gli attentati e i rumori di guerra ci colpiscono, perché pensiamo a tutti questi giovani che hanno perso la vita. Nella violenza cieca di questi barbari, possiamo riconoscere la bestia dell’apocalisse che vuole distruggere l’uomo e annientare la sua speranza. Ma la celebrazione di Natale ci insegna che, quando è passato il furore della follia dell’uomo, rimangono il sorriso del bambino di Bethlemme, la serenità di Maria e la benevolenza di Giuseppe. Non dobbiamo mai dimenticare, anche nei periodi più oscuri della nostra storia, che l’Incarnazione del Signore nella semplicità del presepio ha vinto gli eserciti più potenti del mondo. Tutti gli imperi più terribili gli uni degli altri sono spariti. Non ci sono più. Alla fine, rimangono solo la grazia di Maria, la pace di Giuseppe e la lode dei pastori. La follia e la superbia degli uomini non ha potuto spegnere la stella di Bethlemme. Questa è l’unica, la vera buona notizia per questo mondo.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)