Essere ciechi: pensare di vedere e di capire senza la grazia

Domenica IV di Quaresima – anno A (22 marzo 2020)
Letture: 1 Sam 16, 1b-13; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41

In questo brano del suo vangelo, Giovanni descrive una doppia realtà. Difatti, non è solo il racconto della guarigione del cieco nato, ma è anche la scoperta dell’accecamento di quelli che pensavano di vedere. E questa doppia dinamica, il Signore la riprende nelle sue ultime parole quando dichiara: “È per un giudizio che sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. E continua, rispondendo alla domanda dei farisei che sono convinti di vedere: “se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘noi vediamo’, il vostro peccato rimane”. 

Queste ultime parole di Gesù completano la risposta che egli aveva dato ai suoi discepoli, all’inizio di questo episodio, quando chiedevano a proposito del cieco nato: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” C’è dunque una certa relazione tra la cecità e il peccato, ma questo rapporto non si situa dove i discepoli o i farisei lo mettono. Il peccato non è causa della malattia fisica, in questo caso l’incapacità di vedere, ma è, invece, proprio legato al rifiuto di riconoscere il dito di Dio all’opera in ciò che sta succedendo, si trova, cioè, nella cecità spirituale che è la vera malattia per Gesù. Questa cecità spirituale è la vera e più terribile malattia, perché colui che ne soffre non se ne accorge.

Ma questo vangelo ci insegna un’altra cosa molto più essenziale. In un certo senso, siamo tutti come questo cieco nato. Abbiamo tutti bisogno di essere curati, di essere guariti, per poter riconoscere chi è Gesù. Il cammino del cieco nato è un po’ come un riassunto, la sintesi del percorso spirituale di ognuno di noi, quando abbiamo l’umiltà di riconoscere che non ci capiamo più niente, quando cominciamo a vedere che non vediamo. Questa esperienza che cambia il nostro sguardo, che ci aiuta a capire che ci sfugge la verità, è essenziale nel cammino spirituale di ogni cristiano. Il pericolo non è di essere cieco, ma di pensare che vediamo e che sappiamo. 

Difatti, in questo vangelo, i discepoli hanno scoperto pian piano chi erano i veri ciechi, cioè quelli che rifiutavano di vedere ciò che non corrispondeva ai loro pregiudizi, alle loro attese, alla loro visione del mondo. Preferivano negare il miracolo, minacciare i testimoni, opporsi al buon senso con ragionamenti complessi e storti, invece di accogliere l’opera di Dio. Preferivano la loro idea di Dio, la loro ideologia, alla verità manifestata in Gesù.

Questo rifiuto di accogliere l’opera di Dio, questo modo di negare la realtà della presenza di Dio, in nome di principi e di ideologie solo umane, li ritroviamo ancora oggi, nel nostro mondo. Ci sono ancora tante condanne, tante violenze e ingiustizie, tanti disprezzi e parole di odio proferite nel nome di Dio! Non mancano, ancora oggi, i nuovi farisei, sempre pronti a negare l’opera di Dio per conservare il proprio potere. E di questo fariseismo, ognuno di noi può anche fare l’esperienza nel proprio cuore. Abbiamo tante difficoltà ad accettare che Dio sia più grande, infinitamente più grande del nostro cuore. In questo senso, il vangelo di oggi ci ricorda che solo l’umiltà permette di vedere in verità.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena (Pisa)
(www.valserena.it)

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