SCENDERE DAL TABOR PER VIVERE LA FEDE

È solo nella pianura, nell’umiltà della vita quotidiana, che si vive veramente la fede
II domenica di Quaresima – Anno B (25 febbraio 2018)  Letture: Gn 22, 1-18; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

Abramo era sceso dalla montagna dopo il sacrificio con Isacco, suo figlio unigenito. Scendevano insieme, tutti e due, ma ormai tutto era cambiato. Ormai, sembrava loro che il mondo fosse cambiato. Isacco era uscito dall’infanzia, non solo perché aveva scoperto la realtà della vita, ma soprattutto perché aveva ricevuto dal Padre dei cieli la propria esistenza. Abramo, invece, era andato aldilà di ciò che si può chiedere a un’uomo. Perché aveva accettato di perdere tutto, aveva scoperto il carattere irrevocabile della promessa di Dio.

In un certo senso, per i discepoli di Gesù, la montagna della Trasfigurazione svolge lo stesso ruolo. Pietro, Giacomo e Giovanni non sono più le stesse persone che erano saliti sulla montagna, dietro Gesù. Adesso, hanno visto, hanno udito, sono diventati testimoni della realtà che avevano prima intuito. Ormai, sanno che Gesù, il loro maestro, non è un maestro come gli altri maestri del mondo. Ormai, anche loro hanno fatto l’esperienza del suo rapporto unico col Padre. E quando scendono dalla montagna, dietro Gesù, non hanno più lo stesso sguardo su di lui.

Ma non dobbiamo pensare che tutto sia diventato più facile per loro, dopo la Trasfigurazione. Continueranno a litigare tra loro, continueranno a chiudersi alla sua parola e a lasciarsi prendere dallo scoraggiamento. Anche loro saranno presi dallo stupore e dalla paura durante la passione e di fronte alla croce. Questa esperienza vissuta nella Trasfigurazione non toglie la difficoltà e la sfida della vita. Questo ricordo non sarà abbastanza potente per evitare loro la paura e il tradimento, certo. Ma questo ricordo sarà per loro una luce nelle tenebre, nei momenti più oscuri e più terribili.

Difatti, i discepoli hanno visto e udito, ma non hanno capito subito ciò che succedeva. Anche loro, hanno avuto bisogno di tempo, di molto tempo, di tanto tempo, per capire ciò che era successo davanti ai loro occhi. Questa luce, questa voce, sono rimasti impressi nella loro memoria, ma hanno avuto bisogno di tempo per capire ciò che era successo, ciò che era stato loro detto. Hanno dovuto meditare a lungo ciò che avevano sperimentato per poter capire. Il tempo è una dimensione essenziale dell’esperienza cristiana.

Come Abramo, come i discepoli di Gesù, testimoni della Trasfigurazione, abbiamo anche noi bisogno di tempo per capire ciò che Dio sta per compiere nella nostra vita. Come Abramo, abbiamo bisogno di lasciare i nostri progetti, per capire che Dio sta realizzando la sua promessa nella nostra vita. Anche per noi, è difficile capire ciò che Dio vuole, ciò che Dio fa. Spesso, abbiamo l’impressione di perdere il tempo, di perdere la vita. Le vie di Dio ci sembrano oscure e strane!

L’incontro sulla montagna, l’esperienza intensa dell’incontro con Dio dura poco, è molto breve. La vita comune riprende il suo corso e cominciamo forse a dubitare dalla realtà dell’esperienza. È facile credere quando siamo sulla montagna, ma è più difficile continuare a fidarsi nella pianura. Pero, è solo nella pianura, nell’umiltà della vita quotidiana, che si vive veramente la fede!

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)