PIETRO BARTOLO: «NEL CAMPO DI LIPA HO FINITO TUTTE LE MIE LACRIME»

«La politica europea deve cambiare. Deve assolutamente cambiare. La grande Europa ha saputo affrontare la pandemia, un’emergenza sanitaria così complessa. E non è capace di risolvere un problema come questo. Che riguarda qualche migliaio di persone, di povere persone che cercano solo una vita dignitosa e un futuro migliore. Ma com’è possibile?». Ha parole di fuoco Pietro Bartolo. Per quello che ha visto. Per quel poco che gli hanno fatto vedere, a lui e al gruppo di parlamentari europei che si sono recati qualche giorno fa in visita in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Bartolo, già medico per molti anni a Lampedusa, ora è al Parlamento europeo per il Pd.

«Se abbiamo saputo affrontare il coronavirus, dobbiamo essere in grado di dare risposte rispettose dei diritti umani anche a chi bussa alla porta dell’Europa. Anche per il fenomeno della migrazione si devono trovare soluzioni adeguate e dignitose. Quello che abbiamo visto, invece, è disumano. La soluzione, intendiamoci, deve venire da tutta l’Europa. Parlo soprattutto degli Stati membri. L’immigrazione non si affronta con il contrasto, con la polizia, esternalizzando le frontiere, o facendo accordi con Paesi terzi per pagarli come abbiamo fatto con la Turchia, con la Libia, con la stessa Bosnia».

-  Questa politica non serve.

«No, non serve. Ed è tutta l’Europa che deve intervenire. Non può esserci la logica dell’“io pago e voi li trattenete”.

-  Quindi cos’è oggi la cosiddetta Rotta balcanica?

«È una rotta maledetta, più che balcanica. Troppa sofferenza. Dalle testimonianze abbiamo ascoltato storie di condizioni disumane. Già da tempo volevo andare in quei luoghi. La rotta balcanica non è nata ieri, ma grazie all’attenzione giornalistica e delle Ong si è realizzata la possibilità di realizzare questa visita di alcuni parlamentari del Pd al Parlamento europeo».

-  Qual era l’obiettivo della visita?

«Dovevamo vedere di persona, era nostro dovere. Era nostra prerogativa come Europa. Il nostro scopo era di vedere cos’era questa rotta e cosa vi avviene. Senza alcuna intenzione di criminalizzare nessuno».

-  Rotta che finisce al nostro confine con la Slovenia, a Trieste.

«L’ultimo anello è l’Italia. E anche il nostro Paese ha delle responsabilità. Uno di noi, Massimiliano Smeriglio, è andato a vedere a Trieste e al confine con la Slovenia, per parlare con i prefetti, i questori, acquisire atti».

-  La meta del viaggio?

«Visitare alcune realtà. La prima a Zagabria, dove c’è unico centro d’accoglienza. Ci sono famiglie intere, un centro dignitoso, i bambini possono andare a scuola. Poi abbiamo proseguito verso la Bosnia Erzegovina. Con intento di entrare nella foresta di Bojan, dove esiste il famoso e maledetto confine fra Croazia e Bosnia, dove sono state segnalate tutte le nefandezze sui migranti: violenze, respingimenti, dove ci veniva segnalato che hanno luogo i pestaggi, e la gente viene ributtata oltre il confine croato, spesso spogliati di tutto, in pieno inverno, anche delle scarpe. Volevamo arrivare al confine croato».

-  Ma non ci siete riusciti…

«Ad arrivare fino al confine no. Siamo stati seguiti con un drone e poi bloccati, dalla polizia croata. Ci hanno detto che non potevamo passare. Abbiamo chiamato le autorità e i nostri ambasciatori, anche quello croato. Niente da fare. “Da qui non si passa”, ci hanno detto. Siamo arrivati a circa 400 metri dal confine. Abbiamo capito quello che volevamo capire: evidentemente avevano qualcosa da nascondere. Ce ne siamo tornati indietro e abbiamo proseguito la visita dalla parte bosniaca».

-  Avete potuto vedere il famigerato campo di Lipa?

«Sì. A Lipa, come in un imbuto confluiscono tutte le persone migranti che cercano di entrare in Europa, quell’Europa della democrazia e dello stato di diritto. Quell’Europa dove pensano di poter essere accolti da persone generose».

-  E invece?

«Invece restano bloccati là, a Lipa. Che non è un paese e nemmeno un villaggio. Lipa è un non luogo, lontano dai centri abitati, lontano da tutto. Una strada sconnessa che sale sull’altopiano. Ci abbiamo messo un’ora da Bihac. È in una radura. Un luogo gelido. C’era in corso una bufera di neve. Arrivati là, ho avuto un sussulto, non avrei mai pensato di vedere quello che ho visto. L’immagine è corsa subito a quei terribili campi di tanti anni fa, che non voglio nemmeno nominare. La prima impressione è stata questa».

-  Come si presenta?

«Un campo con un recinto metallico, insormontabile. Nel primo tendone c’era un centinaio di persone in fila indiana, sotto la bufera di neve. Qualcuno aveva una coperta addosso, qualcuno non aveva nemmeno le scarpe. Avanzavano lentamente. In fila, per chissà quanto tempo, per entrare in una tenda, dove davano loro una fetta di pane e una scatoletta. Mi sono sentito male. Lo ammetto: nonostante tutto quello che ho visto a Lampedusa mi sono sentito male. Un tremendo pugno nello stomaco. Mi sono appartato, ho pianto. Non mi vergogno a dirlo. È disumano. Mi sono fatto forza. Ho visitato le tende, poco riscaldate, alcune con i buchi nel tetto, alcune rotte dove entrava neve. Tende adatte a 5 o 6 persone, dove i migranti erano ammucchiati dentro, stipati in modo inverosimile. Gente che viene da atrocità. Che ha diritto a fare almeno una domanda di asilo. Neanche questo viene più rispettato. Ragazzi con ferite, che hanno provato più e più volte a passare quel confine. Chi per raggiungere un parente, chi la fidanzata, chi vuole venire in Europa per studiare. Uno mi ha detto che ha provato 70 volte. Viene dal Pakistan. È stato picchiato, svestito e ributtato in Bosnia, più volte. Vengono trattati come nemici, ma sono persone, non nemici dell’Europa. Un’Europa che rafforza i confini, che deve respingere… chi? Questa povera gente».

-  È l’emblema del fallimento degli accordi di Dublino.

«Sì, fallimento totale. Le persone migranti vengono trattate come un come pericolo, come nemici. Io mi vergogno. Non c’è acqua, questa povera gente non si può nemmeno lavare. Condizioni davvero disumane. E anche le Ong che le aiutano sono in condizioni estreme. Le persone migranti rimangono in quel limbo, perché non hanno nessuna possibilità di passare».

-  Sono i più disperati fra i disperati?

«Paradossalmente no. Quelli di Lipa sono tra i fortunati. Sono stipati come vermi, ma stanno meglio di chi è nella foresta. Dove si vive ancora peggio. Dove tentano di passare e vengono rispediti indietro. Mi hanno raccontato che quando si sciolgono le nevi emergono i cadaveri».

Condividi sui social