LA MISURA DEL PERDONO È IL PERDONO SENZA MISURA

Domenica XIX del Tempo Ordinario – anno A (13 settembre 2020)
Letture: Sir 27, 33-28,9; Rm 14, 7-9; Mt 18, 21-35

In questo brano del vangelo di Matteo, assistiamo a un cambiamento radicale di prospettiva. Perché difatti la risposta di Gesù va molto aldilà di una semplice risposta alla domanda di Pietro: quante volte dovrò perdonare” al “mio fratello”? Le “settanta volte sette” sono per Gesù un modo di deridere questo modo di concepire la propria realtà. Perché la realtà non è proprio così. Nella domanda di Pietro, c’è questa pretesa inconscia, che abbiamo tutti noi, di sentirci giusti e di avere il diritto di giudicare e di condannare gli altri. Dietro la domanda di Pietro, c’è tutto il nostro problema di considerarci come le vittime innocenti di qualche misteriosa potenza contraria.

Nella sua risposta, il Signore capovolge completamente questo vittimismo, questa visione sbagliata della realtà. Non ci sono da una parte i giusti come me, e dall’altra quelli che mi perseguitano ingiustamente e mi fanno del male. Il mondo non funziona così! Ma siamo tutti nella stessa barca, tutti peccatori e sempre pronti a fare del male agli altri. Il Signore rifiuta per sempre questa visione manichea dell’esistenza che cerca sempre dei colpevoli e mette in accusa gli altri. Questo modo di fare è sempre stato l’atteggiamento di chi non conosce se stesso e la profondità del proprio peccato. È proprio il modo di comportarsi di tanti nel nostro mondo di oggi, che si presentano come vittime e giudici, per rivendicare il diritto di distruggere gli altri.

A questo modo di comportarsi, a questo vittimismo patologico, terribilmente tossico, il Signore oppone il modo sano di guardare la realtà. E questo modo corretto di analizzare la nostra situazione suppone sempre, come primo gradino, di accettare e di riconoscere che il vero problema non sono le “colpe” degli altri “contro di me”, ma piuttosto le mie colpe contro la giustizia e la bontà di Dio! Fin quando non riconosciamo questa solidarietà di tutti gli uomini nel peccato, non potremo mai capire il senso profondo della salvezza e della redenzione. E non potremo mai fare questo cammino di conversione e di perdono che il Signore ci propone.

Per Gesù, non c’era grande differenza tra il fariseo e il pubblicano, il dottore della legge e il samaritano, la Maddalena e le pie donne. Per il Signore, tutti hanno bisogno della misericordia di Dio. L’unica differenza tra loro era solo il fatto che alcuni ne erano consapevoli e altri no. Certo, tutti erano stati feriti e umiliati dagli altri. Tutti avevano sofferto ingiustizie. E molto spesso bastano gli eventi della vita quotidiana per sentirsi abbandonati. Però, invece di chiudersi nel proprio rancore e nella propria ira, alcuni avevano scoperto la via della libertà interiore, accettando di riconoscere il proprio peccato. E questo era stato possibile solo incontrando l’Agnello di Dio, l’innocente senza peccati, il Figlio di Dio.

Per uscire dalla via dell’odio che distrugge, dalla vendetta che rende sterile e dalla morte dell’anima, il Signore ci propone questa via molto semplice e luminosa: riconoscere il proprio peccato e accogliere la misericordia di Dio. Chi non sente il bisogno di essere salvato, chi non ha sperimentato questa bontà del Signore nella propria esistenza rimane invece prigioniero dell’odio e del bisogno di vendetta.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena (Pisa)
(www.valserena.it)