EMERGENZA CORONAVIRUS, COME È CAMBIATA LA VITA NELLE COMUNITÀ DI RECUPERO SARDE

(di Luigi Alfonso)

L’emergenza coronavirus sta imponendo a tutti un nuovo stile di vita, almeno per ora. Ma ci sono luoghi in cui la situazione è particolarmente difficile da gestire. Pensiamo per esempio alle comunità, dove numeri e casistiche sono molto più ampi rispetto a una famiglia-tipo.

Padre Salvatore Morittu, fondatore dell’associazione Mondo X-Sardegna, è impegnato su più fronti: “I malati di Aids sono certamente i più fragili, rischiano la sindrome da detenuto perché come tutti non possono uscire. E questo è un problema, perché la psiche incide moltissimo sull’efficacia delle terapie. In Casa Famiglia, a Sassari, abbiamo dovuto adottare una serie di provvedimenti eccezionali. Abbiamo delimitato le aree per i momenti comuni. I pasti si consumano in palestra e non nel refettorio, in modo da avere spazi più ampi. I volontari sono esonerati, con la sola eccezione di chi si occupa di un settore nevralgico qual è la lavanderia: hanno un accesso riservato, dunque non entrano in contatto con nessuno. Lavorano soltanto gli operatori autorizzati. I nostri ospiti non escono neppure per eventuali visite mediche. Un problema importante è quello dell’animazione: la condizione psicologica complessiva influisce sul sistema immunitario. E loro rischiano davvero la vita. Un po’ meno complicata la situazione a S’Aspru: intanto perché gli spazi sono enormi, abbiamo 93 ettari nei quali i ragazzi possono continuare a svolgere le consuete attività nel settore agricolo. Non si mangia più nel refettorio, visto che abbiamo una trentina di ospiti più gli operatori, bensì in un salone che può contenere sino a 200 persone, dunque gli spazi sono adeguati. Non abbiamo più contatti con l’esterno. Abbiamo sospeso le consuete attività culturali, come le conferenze. Le restrizioni, tuttavia, ci stanno creando enormi difficoltà per i nuovi ingressi, soprattutto per coloro che al momento stanno in carcere. Stiamo cercando di capire come fare visto che, grazie a Dio, sinora non abbiamo avuto casi di positività al virus e vorremmo evitare di esporci al rischio contagio”.

Don Ettore Cannavera, fondatore della comunità La Collina di Serdiana, si trova nelle stesse condizioni: “Abbiamo ridotto al minimo indispensabile le attività – spiega – ma io per primo, visto che ho una certa età, cerco di evitare i contatti interpersonali. Ho sospeso gli incontri e le riunioni non indispensabili. Abbiamo 32 rifugiati, distribuiti in sei appartamenti che non possono contenere più di 5-6 persone. I nostri otto operatori non si riuniscono più nel nostro ufficio, lavorano da casa ma sono pronti a intervenire ad ogni chiamata. Diversa è la situazione dei detenuti: alcuni sono agli arresti domiciliari, dunque non possiamo lasciarli da soli in comunità, che è come se fosse un’estensione del carcere. Non escono dalla Collina e, quando si incontrano per i pasti, rispettano la distanza di sicurezza. Per fortuna hanno la possibilità di scaricare un po’ di tensione lavorando nei nostri terreni. Proprio oggi abbiamo avuto un nuovo ingresso, un giovane in libertà vigilata: se non l’avessimo accolto ora, avremmo rischiato di far slittare tutto al prossimo anno. I nostri operatori sono stati sottoposti a diversi controlli da parte dei carabinieri che, dopo averli bloccati lungo strada, hanno poi telefonato in comunità per accertare che dicessero il vero. È giusto così. Stiamo attenti al protocollo: purtroppo non possiamo accogliere i ragazzi con un abbraccio, per evitare il possibile contagio. E a volte è molto doloroso. Però queste situazioni di difficoltà possono essere un’opportunità per pensare, leggere, aggiornarsi, pregare. Ora c’è il paradosso che siamo costretti ad evitare le relazioni, mentre sino a pochi giorni fa non le cercavamo neppure”.

I numeri sono differenti ma le problematiche identiche nella comunità residenziale per minori ‘Corte Antica’ di Suelli. “Come tutti – spiega la responsabile Federica Chessa – rispettiamo le disposizioni. I ragazzi non stanno uscendo, anche se mordono un po’ la corda come tutti gli adolescenti. Limitati al minimo indispensabile gli ingressi, da noi lavorano soltanto gli operatori. Abbiamo organizzato una riunione straordinaria, chiedendo ai ragazzi che cosa proponessero di fare per ingannare il tempo in maniera proficua. Abbiamo attività di contenimento, per esempio i colloqui, che si rivelano indispensabili quando i ragazzi diventano particolarmente nervosi. La maggior parte di loro è impegnata con i compiti scolastici, ma in ogni caso qui non restano mai con le mani in mano. Gli incontri di sostegno quindicinale con i genitori per il momento avvengono a distanza, via chat, ma noi restiamo a loro disposizione 24 ore su 24. Siamo impegnatissimi per cercare di tenere un atteggiamento sereno. Non oso pensare quali dinamiche legate alla convivenza affrontino le comunità residenziali in piccoli appartamenti. Per fortuna i nostri spazi sono piuttosto ampi, dunque possiamo rispettare le distanze suggerite dalla comunità medico-scientifica”.