DIMORARE E AMARE: I VERBI DEL CRISTIANO

Primo passo dell’amore è l’esperienza profondamente radicata di essere amato 
VI domenica di Pasqua – Anno B (6 maggio 2018) – LettureAt 10, 25-48; 1 Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

In un certo senso, il cristianesimo è molto semplice. Non ci sono divieti o prescrizioni legalistiche, come abbiamo sentito nella prima lettura. Due verbi bastano per sintetizzare la nostra fede, due verbi che Gesù usa proprio nel brano del vangelo di oggi, che abbiamo appena ascoltato. Due verbi che esprimono l’essenza della vita cristiana: dimorare e amare! Ma in questa apparente semplicità si nasconde anche una vera sfida! Una sfida molto più complessa di tutte le prescrizioni legalistiche che troviamo in tutte le altre religioni del mondo. Difatti, cosa significa amare? Cosa vuole dire Gesù quando ci chiede di dimorare?

La prima difficoltà non viene tanto dal fatto che non si capisce ciò che dice Gesù. E piuttosto il contrario. Tutti noi pensiamo di sapere cosa è l’amore, come si fa ad amare. E tutti noi abbiamo conosciuto una dimora dove poter porre il capo, almeno una volta nella nostra vita. La prima difficoltà non viene dunque dalla complessità di queste parole del Signore, ma piuttosto dalla loro eccessiva semplicità. Il pericolo per noi è piuttosto di pensare che non c’é problema.

Però, la seconda lettura ci dà un piccolo segno che tutto questo non è così scontato. Difatti, Giovanni ci dà una definizione molto strana dell’amore, una definizione che ci obbliga a pensarci un po’. Egli dichiara che “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio”. Rovesciando così la nostra visione dell’amore, che parte sempre da noi, Giovanni ci invita a capire che il primo passo dell’amore è l’esperienza profondamente radicata in ogni essere umano di esser stato amato, di aver ricevuto qualcosa di indicibile. Amare significa, per Giovanni, riconoscere ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente da un altro. L’amore è dunque l’irruzione dell’altro nella mia esistenza. È la coscienza profonda del dono, della grazia che mi viene offerta.

Dimorare allora cambia senso. Non significa più costruire, edificare, accumulare, prepararsi un posto al sole! Ma questa parola significa prima ricevere e accogliere il dono ricevuto, e poi farlo fruttificare e portare “frutto, un frutto che rimanga”, come dice Gesù. L’albero non porta il frutto per mangiarlo, non lo porta per se stesso. L’albero riceve la vita per trasmetterla, senza mai tenere niente per sé. L’albero che volesse trarre profitto dal proprio frutto diventerebbe subito sterile e inutile, e, come dice Gesù, sarebbe tagliato e bruciato. Il Signore ci insegna un’altra via, la sua, che è una via di amore e di dono di sé, per amore.

Amare e dimorare non sono dunque cose semplici, come pensavamo forse prima. Questi due verbi ci aiutano a capire che solo Dio può insegnarci questa via e mostrarci la strada giusta per amare e dimorare. Per noi, per la nostra logica, sarebbe certo molto più semplice avere decine di prescrizioni e di comandamenti, come nelle altre religioni. Così si potrebbe avere l’impressione molto falsa di compiere ciò che Dio vuole! Ma questa non è la via di Gesù. Egli ci chiede non di cercare la propria giustizia, ma di imparare a amare e a dimorare come Lui! Ci chiede di riconoscere che l’amore di Dio è sempre il primo, e che solo lui ci salva!

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)

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