Cappuccini sardi in festa per i cento anni di Fra Igino

Famiglia dei Cappuccini di Sardegna in festa per i cento anni di fra Igino da Siurgus Donigala. Per lui anche l’inaspettata visita nell’Infermeria del Convento dell’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio.


Che ha chiesto all’anziano religioso una preghiera particolare.

Silenzio e nascondimento, secondo la più pura regola francescana.
Quelli che hanno sempre accompagnato e scandito la vita di fra Igino da Siurgus Donigala (al secolo Eugenio Boi, classe 1915), cento anni a oggi, 83 dei quali con addosso la sua “seconda pelle”, il saio marrone di frate Francesco, indossato quando non era ancora diciottenne.
Nella penombra e nella pace dell’infermeria al Convento dei Cappuccini sul colle del Buoncammino, fra Igino trascorre le sue giornate in perfetta armonia, fra preghiera, pasti regolari e conversazione con i suoi confratelli.

98 anni

Lucidissimo e acuto, a dispetto del secolo che si ritrova sulle spalle e dei malanni che inevitabilmente deve sopportare, non ha dubbi a riservare un capitolo speciale della sua vicenda terrena a fra Nicola da Gesturi.

«Era un uomo senza tempo», ricorda «che viveva in una dimensione tutta sua, una sorta di eternità qui sulla terra. L’unico suo orologio era quello della preghiera: potevo trovarlo in chiesa in piena notte o dopo pranzo così come di primissimo mattino tutto intento a fare la Via crucis o seduto, in un angolo, a sgranare il Rosario».

Dopo il noviziato a Fiuggi, fra Igino, dopo la professione, viene inviato a Palestrina come aiuto infermiere. Ma nel convento sarà anche un fratello tuttofare: dalla cucina all’orto e alla questua in campagna, fino al 1947 quando torna in Sardegna nel convento di Sassari.
Tre anni dopo la sua destinazione definitiva, Cagliari. E l’incontro con fra Nicola.

«Quando sono arrivato, nel 1950, il mio primo incarico fu nella redazione della rivista “Voce Serafica della Sardegna”. Una piccola stanza (quella oggi adibita a negozietto dei ricordini del Santuario) da cui uscivano anche 20 mila copie del giornale: e allora per aggiornare schedari, indirizzi, per le etichette e la spedizione non c’erano computer o macchinari sofisticati. Tutto a mano si faceva», ricorda. «Si finiva tardissimo, talvolta anche a mezzanotte. Ma fra Nicola era sempre lì, in chiesa, immerso nella sua silenziosa preghiera».

Un volto vagamente somigliante a quello che nelle stampe raffigura Ignazio da Laconi, oggi fra Igino vive nell’infermeria del Convento al Colle di Buoncammino.

La memoria, a dispetto del secolo sulle spalle, è ancora lucidissima. A cominciare dagli anni della guerra, vissuti a Palestrina «fra e Anzio e Cassino, con le bombe che più volte hanno sfiorato il convento, miracolosamente risparmiato, e con i morti composti alla bell’e meglio nella nostra Cappella prima di essere trasportati in cimitero».

Poi il trasferimento a Cagliari, nel primo dopoguerra, con molte famiglie che alloggiavano nelle grotte del vicino Anfiteatro o di Tuvixeddu. «In convento, grazie anche alla questua del grano nelle campagne del Campidano, ogni settimana si faceva il pane mentre nelle cantine, quando si uccideva il maiale, stagionavano i prosciutti, assieme alle bottiglie del vino per la comunità».

Brillante studente (agli esami finali del luglio 1928, oltre i voti più che buoni in tutte le materie, spiccano il 10 in condotta e il 9 in applicazione), Igino sceglie la strada del servizio alla comunità come frate laico, alla scuola di Ignazio da Laconi e Nicola da Gesturi o, per stare ai nostri tempi, di fra Nazareno e fra Lorenzo.
Fino a quando lo regge la salute è anche “compagno” del Provinciale dell’Ordine, una sorta di attendente del responsabile della comunità. «Ancora oggi ricordiamo il caffè di fra Igino», ricorda padre Salvatore Murgia, ex Provinciale Cappuccino «ma soprattutto la delicatezza e gentilezza con cui accoglieva chiunque si recasse in Curia per conferire con il nostro Superiore».

Ma c’è anche un’umanissima passione segreta del nostro centenario: i colori rossoblu. «Non mi posso definire un tifoso accanito, però devo confessare che quando la squadra del Cagliari perde o gioca male non sono contento e mi arrabbio un poco. Seguo le partite e ho sofferto per la retrocessione in serie B anche se ormai sono pochi i giocatori sardi. Girano troppi soldi, sono pagati troppo», dice amaro l’anziano tifoso in saio marrone.

Che si commuove quando, inaspettata, arriva la visita nell’infermeria del Convento, dell’arcivescovo di Cagliari. «Pregherai per me, me la dirai un’Ave Maria?», gli dice monsignor Miglio.
L’imbarazzato fra Igino promette e chiede subito una benedizione.
Che riceve chino, curvo, gli occhi a terra.
Subito bagnata dalle sue lacrime. (pao.mat)

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