LA “BUONA NOVELLA” DI DE ANDRÈ: I PRIMI 50 ANNI DI UN DISCO CAPOLAVORO

Don Andrea Gallo, che amava definirsi prete da marciapiede delle tante “vie del Campo” dove predicava il Vangelo tra i “vinti e i perdenti di Genova“, di Faber “amico angelicamente anarchico“, parlò in quel disco come di una antologia dell’amore, spingendosi sino a dichiarare che “nessun altro cantautore del Novecento ha affrontato in maniera così profonda il problema di Dio, e del Dio di Gesù” come Fabrizio De Andrè. E’ stato “un evangelista“, aggiungendo: “Non penso di essere eretico se considero “La Buona Novella” il mio Quinto Evangelo“.

Concilio e Sessantotto

Sono trascorsi cinquant’anni (1970-2020) dalla pubblicazione di questo disco capolavoro, censurato dalla Rai ma trasmetto da Radio Vaticana (“Loro mi hanno capito, e si che di cristianesimo se ne intendono più di me”), venuto alla luce all’indomani di due eventi epocali come il Sessantotto e il Concilio Vaticano II. Sono gli anni del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, di “Dio è morto” di Guccini. Sempre nel 1970 si scioglieranno i Beatles che incidono “Let it be”, loro passo d’addio; Allende diventa presidente del Cile sulla colonna sonora degli Inti Illimani; l’Italia di Gigi Riva va in finale ai Mondiali in Messico battuta solo dall’immenso Brasile dell’ancor più immenso Pelè, fresco ottantenne.

Due anni di ricerca

Nella ormai imponente fioritura bibliografica, vera e propria Faber-mania, di De Andrè è stato scritto che “era inevitabile che una sensibilità come la sua dovesse incrociare quella cristiana“. Fabrizio ha l’umiltà di studiare per due anni la figura di Gesù, di questo rabbi di Nazaret che tanto lo affascina, sia nei Vangeli canonici che in quelli apocrifi sino a farglielo definire “il più grande filosofo e rivoluzionario dell’amore che donna mai riuscì a mettere al mondo“. Non a caso la sua produzione artistica, che si snoda per 40 anni (quasi un esodo biblico verso la pienezza della sua laica ascesi letteraria e umana) inizia con una preghiera e nel nome di Gesù; sarà questa (ancora un caso?), la parola più utilizzata, assieme a “Dio“, nelle sue canzoni.

Classico e pietra miliare

Italo Calvino parla de “La Buona Novella” come di un classico, una delle pietre miliari della cultura italiana del Novecento, “I classici sono quei libri (ma anche quelle canzoni) che tanto più si leggono o si ascoltano, più si trovano nuovi, inaspettati, inediti”.

Un disco al femminile

Non Gesù, che non appare quasi, ma Myriam/Mariamadre per sempre” è la vera protagonista della sua infanzia sino all’assegnazione, quasi una lotteria, in sposa a Giuseppe, “falegname per forza, padre per professione“. La scoperta della maternità della moglie-bambina viene affidata a un sogno, un viaggio da fiaba, che diventa una delle liriche più alte di tutta la produzione di De Andrè. Ancora le donne protagoniste sotto la croce, le madri di Dimaco e Tito – i due malfattori crocifissi con il Cristo – e il pianto straziante di Maria, “non fossi stato Figlio di Dio/t’avrei ancora per figlio mio“, che ne fanno icona simbolo universale di tutte le madri.

Il nuovo decalogo

Il disco si chiude con un rovesciamento dei dieci Comandamenti, del Decalogo di Mosè operato da Tito, il ladrone buono della tradizione, quello citato da Luca. Beatitudini moderne che si chiudono con uno dei versi che hanno fatto parlare d metanoia, di conversione: “Io nel vedere quest’uomo che muore/nella pietà che non cede al rancore/madre ho imparato l’amore“. Dove è racchiusa tutta la fatica esistenziale di De Andrè nel non arrendersi all’Incarnazione, al Gesù Figlio di Dio. Anche se definisce inumano (avrebbe potuto usare divino o soprannaturale) “l‘amore di chi rantola senza rancore, perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia d’una croce.

Qualunque lettura si voglia dare de La Buona Novella, ancora con don Gallo “la chitarra di Fabrizio rappresenta ancora oggi la cetra di Davide e il flauto dei Salmiuna dolce armonia che scuote e rende svegli, nel generale dormiveglia della cultura e della politica italiana”.

Paolo Matta – L’Unione Sarda, pag. 47 – 11/11/2020