Addio a mons. Antonino Orrù, vescovo emerito di Ales-Terralba: storia di un “prete sociale”

di Gianfranco Murtas

La attendevamo la notizia della morte di don Antonino Orrù, vescovo emerito di Ales-Terralba, successore di padre Paolo Gibertini osb e di quel monsignor Antonio Tedde che resta un gigante nella memoria della diocesi da lui retta per 34 anni e di cui nei giorni scorsi s’è ricordato il 40° della scomparsa. Dopo don Antonino sono venuti, nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, da Ozieri don Giovanni Dettori, che oggi è tornato (a dare una mano e un consiglio d’esperienza) nella chiesa logudorese di provenienza, e padre Roberto Carboni ofm, che attualmente governa con la chiesa di Ales quella contermine (e dilla pure principale perché metropolitana) di Oristano. Era anziano ed era ammalato monsignor Orrù ed ho il rammarico che, in questi ultimi lunghi mille giorni, situazioni obiettive notificatemi dalle brave suore giuseppine dello studentato/pensionato cagliaritano detto Casa della giovane, dirimpetto alla Grotta della Vipera e al liceo Siotto-Pintor, fra il viale Trento e il viale Sant’Avendrace, mi sia stato chiesto di evitare le visite, come in precedenza invece mi era stato, e ben volentieri, concesso.

È negli accadimenti di vita di molti che, purtroppo, situazioni particolari si impongano con largo anticipo sulla sopravvenienza del congedo, ed impongano dunque, con amarezza ma per il bene stesso di chi sia impedito, la fine dei flussi pur soltanto di saluto ormai senza più senso. E la cosa va accettata, l’ho ben accettata per monsignore che tanta cordialità affettuosa mi aveva sempre mostrato a Cagliari e a Villacidro (la Villacidro di Sant’Antonio, ma anche di Santa Barbara come a Santa Barbara era intitolata la parrocchiale del suo battesimo e della sua ordinazione sinnaese!), ad Ales e ovunque. Dopo il suo ritiro in quiescenza, e in occasione di uno dei tanti incontri nel suo piccolo e sobrio studio nel piano alto e panoramico di viale Sant’Avendrace (con Santa Gilla a confortare dalle malinconie) volle donarmi la raccolta in tre grossi volumi rilegati dei suoi discorsi ma anche del suo epistolario degli anni aleresi e di più, altri documenti riferiti al suo fecondissimo quindicennale parrocato cagliaritano di San Benedetto/Santa Lucia, insieme con altri gioiellini documentari fotografici che riportavano al mio/nostro condiviso e indimenticato amico Virgilio Lai.

Aveva seguito con un interesse che era autentico e non scontato o di scena la mia lontana fatica di studio sul rapporto fra papa Roncalli e la Sardegna, da quel primo viaggio per Propaganda Fide, nel 1921, agli anni del Concilio e fino al 1963 ed alle intese con il “linguaggio intuitivo” fra gli angeli sardi del canonico Littarru e quelli bergamaschi del pontefice ormai alla sua estrema stagione. E sempre si tornava lì, con monsignor Orrù, e s’accompagnavano e mischiavano questi nostri ritorni, nella conversazione, alle cose di Arbus e Collinas, Lunamatrona e Norbio ecc. ed anche ai lampi rievocativi del tanto che era costato il cantiere di Santa Lucia, dopo la lunga missione di dottor Lobina e con gli impreziosamenti artistici anche di Franco d’Aspro… E sempre andando all’indietro ci s’imbatteva, spontaneamente, noi con la vanga della memoria civica e di quella gemella ecclesiale, con… le pietre belle squadrate dell’epopea formativa nel seminario tridentino di Cagliari, prima della guerra, prima dei bombardamenti del 1943 e del ritorno necessitato in famiglia, dell’incontro miracoloso in via Garibaldi di chi, quindicenne in talare, scendeva da Castello e chi, matura affaticata – era la madre –, risaliva fin da Sinnai!! Che storie…

In diverse occasioni e in diverse riviste e/o libri ho dato conto delle vicende di vita del mio carissimo don Antonino. Ed onorandone affettuosamente la memoria, dal molto che ho raccolto e volta a volta restituito vorrei, adesso, rilanciare un articolo che il 12 maggio 2018 potei postare nel blog di Fondazione Sardinia. Titolo “Le memorie documentarie di don Antonino Orrù, vescovo-ponte fra Cagliari ed Ales, ora alle 90 primavere”.

Vescovo-motorino, vescovo dei progetti sempre nuovi

 Dell’episcopato sardo è il vicedecano, accanto al cardinale Luigi De Magistris classe 1926. Lui, don Antonino Orrù, vescovo emerito di Ales-Terralba, ha compiuto da pochi giorni i 90. E sebbene accompagnato da qualche sgradevole malanno resta lucido e sociale come lucida e sociale e di più, sempre fattiva, gentile e sorridente, è stata tutta la sua vita, nel lungo corso delle esperienze, giovanili e mature, di prete-parroco a Cagliari, nel quartiere di San Benedetto, e in quelle preziose e perfette di guida della diocesi antica e magicamente “unica” di Marmilla e medio Campidano, segnata dagli episcopati novecenteschi (fra loro diversissimi) dei vescovi Emanuelli, Tedde – il mitico Tedde della lettera In paupertate – e Gibertini. Dal collega (oggi 96enne!) che veniva ad Ales e Villacidro dal mondo benedettino e già s’era sardizzato, fin dalla metà degli anni ’50, per la missione affidatagli del rilancio del monastero di San Pietro di Sorres, aveva ricevuto il bacolo forse più problematico dell’Isola e lo aveva tenuto, per tre lustri quasi interi, dal 1990 al 2004, fermo simbolo della sua testimonianza di pastore, sì sempre gentile e sorridente, ma anche risoluto e tenace nella denuncia di inganni ed omissioni a chiunque fossero ascrivibili – burocrazie, rappresentanze politiche, dirigenze industriali – e con danno dei deboli.

Quella volta erano 80 soltanto

Avevo celebrato il presule scrivendone allora in vari giornali, da Chorus a La Gazzetta del Medio Campidano, quindicinale villacidrese. In quest’ultimo, fra l’altro, m’ero permesso un incipit libero e partigiano. Questo:

«Eletto alla sede di Ales-Terralba il 9 aprile 1990; consacrato vescovo nella basilica di Bonaria (per mano dei metropoliti di Cagliari ed Oristano, Ottorino Pietro Alberti e Pier Giuliano Tiddia, e dell’ausiliare di Cagliari – e prossimo presule di Iglesias – Tarcisio Pillolla) il 13 maggio dello stesso 1990; emerito dal 2 maggio 2004. Sono le date di calendario che marcano l’episcopato attivo, instancabile, dialogico e conciliare di don Antonino Orrù, che il prossimo 23 aprile compirà i suoi 80 anni di età. Età veneranda – come si sarebbe detto un tempo – ma che, a stare con lui per conversare, sembra proprio bugiarda, tanta è la lucidità del ragionamento e l’energia della parola, la nettezza dei ricordi, la puntualità delle osservazioni critiche, il tutto infarinato sempre dal suo tipico buon umore e dalla cordialità sorridente che facilita ogni incontro. E, aggiungo, che non si spegne neppure quando l’interlocutore che ama Mazzini e Goffredo Mameli – il poeta ucciso ventunenne dal fuoco delle armi chiamate dal papa-re Pio IX per difendere la sua teocrazia – gli fa “le pulci” sull’ipocrisia del sommissimo cardinale Ruini: colui che, vestito di sacre palandrane come i sommi sacerdoti del sinedrio, impedì i funerali religiosi di Welby perché… “la vita è sacra dal concepimento alla morte naturale”.

«E alla vigilia del suo gran compleanno, si concede proprio alla confidenza, il vescovo, che ormai da quattro anni risiede presso il pensionato cagliaritano delle Giuseppine “La Casa della giovane”. Siamo giusto di fronte alla millenaria Grotta della Vipera, base della travagliata, o scompigliata, necropoli punica (IV secolo a.C.) sulla collina di Tuvixeddu. Dall’altra parte, le finestre affacciano sugli spazi piani del porto romano di Scipione, nell’area di Santa Gilla, edificata ai tempi quasi mitici dei giudicati e distrutta ai tempi dei pisani… In questo ambiente che respira ed onora la storia, e che è ordinato e silenzioso più d’un… episcopio, monsignore utilizza parte del suo tempo, per nostra fortuna, riordinando faldoni di materiali documentali che farebbero (anzi faranno) felici gli storici della Chiesa sarda di oggi e di domani.

«Forse coprono metà e metà dei molti metri cubi le carte provenienti dalla quarantennale, variegata e fecondissima sua esperienza di parroco di San Benedetto/Santa Lucia a Cagliari (ed incaricato anche di vari altri uffici di curia, dalla pastorale giovanile del turismo all’amministrazione dei beni ecclesiastici, all’ufficio tecnico per le nuove chiese, alla moderazione del Consiglio presbiterale, ecc.) e quelle che documentano, giorno per giorno può dirsi, il servizio apostolico svolto per tre lustri nella Chiesa policentrica di Ales, tra Marmilla e medio Campidano».

Sinnaese di nascita, ordinato (nella stessa chiesa del suo battesimo) nel luglio 1952, don Antoninio è stato, inizialmente (con don Antonio Sailis) al fianco di don Luigi Lobina, e dal 1964 in prima persona, il parroco-clou della Cagliari nuova, quella del dopoguerra, che mutava i suoi equilibri materiali e morali, gradualmente assorbendo nel centro urbano le aree che erano state periferiche, davvero povere e da sempre in abbandono. A lui è toccato lavorare per combinare la direttrice elegante (e però anche cantiere permanente) della via Dante con la zona di “su baroni” – rimando di titolo all’aristocrazia dei Sanjust, già proprietari del colle “volpino” –, fra Monte Urpinu e Genneruxi, e poi cedere l’area che guardava alla piazza Giovanni (allora piazza Dante) per l’inoltro ai rioni nuovi sulla direttrice di Pirri (frazione urbana oggi, ma con un passato onorevole di comune autonomo come Pauli Pirri) – Sant’Alenixedda e Fonsarda da una parte, il prossimo CEP dall’altra – ivi favorendo l’impianto, nel 1958, della nuova parrocchia salesiana di San Paolo. E non solo: in replica, nel 1964, sul versante della nuova parrocchia di Santa Caterina (nelle pendici meridionali di Monte Urpinu), ed ancora, nel 1970, sul più orientale versante della nuova anch’essa, o nuovissima, parrocchia del SS. Crocifisso in Genneruxi. Storia di trasformazioni della mappa territoriale ecclesiastica del capoluogo in uno alla radicali modifiche urbanistiche che Cagliari ha conosciuto, anche per le curve demografiche del suo sviluppo, lungo tre decenni almeno.

Tengo molto a don Antonino, amico – fra Cagliari e Villacidro, Ales ed Arbus – per molte ragioni. Una almeno di queste debbo confessarla perché restituisce a lui altro merito. E mi riferisco ai doni che, volta dopo volta, mi ha fatto, in un ricambio di affettuosità di cui gli sono particolarmente grato, e dimostrazione però anche, e prima di tutto, di quel senso della storia che è innato in lui e che, accanto alla elaborazione delle esperienze ed alle premure della trasmissione, si nutre del rispetto per il documento, della cura di custodirlo e perfino, quando il caso, di apprestarlo come patrimonio morale per l’utile delle generazioni future.

In virtuosa società con d’Aspro e Virgilio Lai

Niente di improvvisato, neppure in questo. La sua è stata ed è una sensibilità fine e consolidata. A sua iniziativa, e con la collaborazione di Virgilio Lai – documentarista storico e saggista e fotografo (e tante altre belle cose) di radici ogliastrine ed idealità sardo-autonomistiche nonché di salda militanza liberomuratoria – uscì molti anni fa un piccolo gustosissimo album fotografico evocativo dei passaggi a crescere della “sua” chiesa di Santa Lucia, fra le vie Donizetti, Fais, Cimarosa e Cherubini, a Cagliari. Una quindicina di istantanee, in successione fra il 1952 ed il 1965, con didascalie illustrative che, a saperle leggere, sono pagine di storia generale (e d’arte) della città in resurrezione dopo la devastazione dei bombardamenti bellici: dal dono del terreno da parte degli ottimati Sanjust ed Aymerich (per il trasferimento della parrocchiale dal secolare edificio conventuale che fu anche di Fra Ignazio da Laconi e, nel primo Novecento,  dell’Opera Buon Pastore promossa da don Virgilio Angioni, nella via Verdi) al progetto Cambellotti, dalle possenti strutture innalzate nel gran cantiere al gigantesco mosaico realizzato (e completato nel 1963) dalla scuola di Franco d’Urso su disegno di Anna Cervi, fino alle balaustre e lampadari bronzei (collocati nel 1966) firmati da Iolao Farci  e Marco Atzeni.

Inaugurata la chiesa nel 1957, ma già forte la parrocchia di una cappella nell’asilo Sacra Famiglia nell’allora prolungamento della polverosa via Dante, di una casa religiosa in quello che sarà il sito gesuitico e, affiancato, delle Figlie Eucaristiche di Cristo Re in via Scano e di un terreno destinato all’oratorio, vero è che allora il complesso edilizio – una vera e propria cittadella religiosa nel cuore della città moderna e laica – si apprestava ad altre necessarie integrazioni, dalle aule catechistiche agli uffici e sedi dell’associazionismo, dai cortili e campi di gioco per bambini e ragazzi all’Istituto Mater Gentium, dai locali tecnici e redazionali di una emittente pionieristica alla casa famiglia OAMI… E ad altri abbellimenti: si pensi all’altorilievo della Pietà, opera di Franco d’Aspro – altro dignitario massonico appassionato all’arte religiosa –, così come di d’Aspro è un alto crocifisso astile d’argento, custodito nella cappella segreta di lato al presbiterio.

Agli anni alti del suo parrocato (con relazione finale datata 27 ottobre 1988) data un referendum promosso da don Antonino Orrù fra la popolazione del quartiere – quasi diecimila allora i residenti – circa le modalità, da confermare o da modificare, dei diversi servizi, tanto quelli strettamente religiosi quanto quelli assistenziali e culturali, apprestati a beneficio della comunità. Alcune migliaia i partecipanti, ognuno con un parere e una preferenza, quando possibile una motivazione. Interessanti, dal punto di vista dell’analista, i numeri che, nel dossier, rendono i pesi e le cadenze demografiche del quindicennio 1974-1988 perché denotano, dopo lo sviluppo impetuoso degli anni ’60, la stabilizzazione di ogni indice e però sembrano anche accennare all’avvio, pur lento e graduale, dei riflussi registrati alla grande in questi ultimi decenni: le nascite (e i battesimi conseguenti) assommano a circa 1.550, le morti (e i funerali religiosi) a 1.450, nel mezzo le nuove famiglie (certificate dai matrimoni) quantificate in poco meno di 700.

Fra le raccolte documentarie curate da don Orrù – con quanto speculare, gradito risparmio di fatica per i futuri ricercatori e biografi! –, meritano un cenno anche quella intitolata a “La Scogliera” – la casa per ferie del Centro turistico giovanile a favore del quale tante energie ha speso il vescovo al tempo del suo parrocato e anche prima, fin dal 1962, per incarico dell’arcivescovo Paolo Botto (confermato dai successori Baggio, Bonfiglioli, Canestri e Alberti) – e quella personale, aggiornata al 2004, che salda la rassegna stampa e i discorsi ed omelie di celebrazione del 50° di sacerdozio (2002) al tanto riferito al congedo dalla sua diocesi ed al passaggio del pastorale al successore don Giovanni Dettori (2004).

Altre pubblicazioni raccolgono i testi omiletici donati al presbiterio diocesano alle messe crismali, nella cattedrale dei SS. Pietro e Paolo di Ales – titolo Messa Crismale Giovedì Santo 1991-2003 –, e le Note pastorali offerte nelle ripetute occasioni di visita al santuario di Santa Maria delle Acque di Sardara, patrona della diocesi alerese.

Su tutto spicca poi, anche per la mole, il cofanetto (cofanettone) che riunisce i tre tomi rilegati degli Appunti pastorali 1990-2004 – Mons. Antonino Orrù. Si tratta, a dire intanto della quantità, di circa 1.800 fogli di formato A4, riferiti in stampa semplice – merito supplementare – a corrispondenza con ecclesiastici e con laici, con giovani e religiosi, con suore ed emigrati, con studenti e carcerati, con persone delle più diverse appartenenze sociali o ideali, riflessioni ed omelie,  articoli di giornale ed interviste alla stampa, circolari e direttive pastorali, relazioni a ritiri del clero, discorsi alle diverse edizioni della Marcia della pace e cronache dei suoi incontri con i lavoratori in fabbrica, sollecitazioni d’intervento alle autorità pubbliche, ecc.

A dimostrazione della struttura portante di una personalità tutta spesa nell’attuazione pratica del suo motto episcopale – “Dilatentur spatia charitatis”… si aprano gli spazi alla carità (di una carità intesa ben oltre la sdolcinatezza, ma come partecipazione alla sorte dell’altro), ripresa di un passo dei sermoni di Sant’Agostino – riporto in calce a questo mio articolo d’omaggio a don Orrù, tre suoi brevi testi, da cui emergono nitidissime la sua innata umiltà – vedi la lettera d’invito al cardinale Carlo Maria Martini – , la pudicizia nell’osservare l’intimità dei travagli di coscienza – vedilo riferito al fondatore del PCd’I nelle celebrazioni gramsciane –, la signorilità dei toni bassi nell’accostarsi agli ambienti che pur lo potrebbero avvertire come un generale – ecco la nota di memoria sentimentale del suo arrivo ad Ales.  E poi altri documenti ancora, relativi al suo saluto di congedo, dopo la fatica onesta di quattordici anni e più…

Come ho detto, giusto dieci anni fa, in occasione dell’80° compleanno, essendo egli già in ritiro, intervistai il presule nella sua casa di viale Sant’Avendrace, giusto di fronte alle grotte antiche di Cagliari, gioiello archeologico nostro vanto in faccia all’intero Mediterraneo. Si trattò allora del ripasso di una vita, a grandi falcate sì, ma senza nessuno sbiadimento dei sentimenti riemergenti dai ricordi… Mi sembrerebbe bello dedicare al vescovo Antonino questo replay, oggi arricchito da altre sue cose…

Dilatentur spatia charitatis, ripasso d’una vita (da “Chorus”, 2008)

Come un archivio di memorie vivide che tracciano, con proprietà e misura e gusto, il chiaroscuro di quella porzione di storia che gli è toccato di attraversare (e costruire) in questi ottant’anni ora al compimento (23 aprile 2008). È don Antonino Orsù sinnaese, vescovo emerito (dal 2004) della Chiesa di Ales dopo tredici anni di episcopato attivo e trentotto di sacerdozio e parrocato non meno fecondo in quel di Santa Lucia in Cagliari, giusto dai suoi esordi fino al granitico consolidamento in comunità ed opere. Santa Lucia con le sue case-famiglia per malati cerebrolesi e non autosufficienti – autentico miracolo di Provvidenza – e con la sua radio pionieristica, con le associazioni e l’oratorio che organizza ed educa, nel tempo, migliaia di bambini ed adolescenti destinati alle responsabilità familiari e professionali.

Più e meglio di altri – vale sottolinearlo non per compilare classifiche di merito ma per indicare un modello – don Antonino ha raccolto e ordinato, tanto più in questi ultimi anni di “riposo”, montagne di documenti cui spererei di potermi applicare, appena possibile, proprio per dar conto della qualità (non soltanto della quantità, assolutamente impressionante) di un servizio comunitario da lui prestato sempre con il sorriso, sempre guardando avanti e cogliendo il positivo che nelle circostanze della vita e nella personalità dei vicini (superiori, collaboratori, ecc.) pareva talvolta oscurato dalle ombre del contingente.

Ripasso con monsignore i primi momenti della vocazione al sacerdozio, gli anni trascorsi al seminario di via Università ed a Dolianova, e dopo ancora al regionale di Cuglieri a governo gesuita… «Eravamo molti, il cibo era razionato già nel 1940, le camerate affollate, gli spazi – pur enormi – insufficienti. Per le attività motorie, i giochi (tipo palla avvelenata) e quel minimo di ginnastica pretesa dall’età dovevano bastare i mezzi terrazzini. Ci alzavamo alle sei, quindi studio e poi stadio; uscivamo ogni pomeriggio per un’ora, un’ora e mezza il giovedì e la domenica. Da Castello raggiungevamo le zone piane della città, dalla Playa a San Benedetto, oppure Tuvixeddu. I rientri erano sempre affrettati. Negli anni di guerra il fischio della sirena, dalla sommità della vicina torre dell’Elefante, arrivava alle nostre camerate, alle aule, al refettorio, alla cappella. Poi i bombardamenti giunsero anche senza preavviso. Ero in quarta ginnasiale quando scoppiò l’inferno. I superiori temporeggiavano nel lasciarci tornare a casa, forse sottovalutando il rischio incombente che poteva essere ferale, e poi non volevano farci perdere le lezioni. Molti cagliaritani erano già sfollati, anche le scuole e gli uffici pubblici si erano trasferiti in provincia… Ci misero in libertà alla fine di quel tragico febbraio. Costeggiando il bastione, dove viveva mia madrina, m’incamminai, portandomi dietro una povera valigia, verso la via Garibaldi e la piazza, diretto allo stradone di Genneruxi, cioè al viale Marconi, meta Sinnai. Ebbi la fortuna di incontrare, proprio fra le macerie di Villanova mia madre e mio fratello che venivano a cercarmi. Nel 1944 rientrammo, i ginnasiali a Dolianova nell’antico episcopio ingrandito. Là c’erano maggiori spazi all’aperto, c’erano gli orti, una fortuna per noi ragazzi. Dopo un anno tornammo in via Università: l’edificio era stato anch’esso colpito, mancavano i vetri alle finestre e la luce e l’acqua, e anche le fogne erano scassate, si vedeva il passaggio là dei ladri… Ogni difficoltà la superavamo con il desiderio sempre fortissimo di giungere al sacerdozio».

Sarebbe interessante approfondire i metodi, didattici allora applicati dai docenti. Erano superiori del seminano diocesano in quegli anni monsignor Giuseppe Orrù, don Salvatore Lecca, dottor Mario Floris… Ma numerose altre figure comparivano in quel teatro di studio, e non tutte, forse, sapevano mostrare, a quegli adolescenti lontani dalle famiglie, la giusta vicinanza anche affettiva. Sopra tutti era il carisma di padre Piovella, l’arcivescovo, ormai però vecchio e malato, stanco, e provato dai gravi dolori della guerra…

Ecco poi Cuglieri, dal 1946 al 1952, sette anni (tre di liceo e quattro di teologia, quando a don Antonino toccherà prendersi i galloni di prefetto di camerata). «All’inizio l’ambiente non capiva i traumi che noi ragazzi provenienti da Cagliari ci portavamo dietro, testimoni com’eravamo stati delle distruzioni e delle carneficine. Ma guardo il lato positivo: era bello incontrare allora coetanei provenienti da altre diocesi. Restano tutti nel mio cuore, con nome e volto e voce, sopra tutti forse il tempiese Piero Marras, l’oristanese Clemente Caria, l’ogliastrino Mario Gallone, e con loro don Leone Porru, sempre amico. Ancora fresco di laurea in lettere, arrivò anche, in quegli anni, don Luigi De Magistris…».

A Cuglieri comandano i gesuiti: padre Bozzola e padre Greppi, entrambi docenti di dogmatica, padre Galicet, professore di latino e greco, padre Di Girolamo, storico della Chiesa, tre padri Boschi – Alfredo il moralista, Pierino ed Egidio i letterati… E padre Maritano, l’abilissimo vice rettore che innesta la sua capacità organizzativa su una spiritualità profonda ed esemplare… – «un padre Mosso mezzo secolo prima».

«Venivano i vescovi, soprattutto per le loro conferenze, e coglievano l’occasione per trattenersi ciascuno con i propri chierici. Ci colpì, proprio dalla fine del 1949, la personalità dell’allora giovane ed energico monsignor Botto, tanto diversa da quella del predecessore… Così fino al 1952: il 13 luglio fui ordinato nella parrocchia di Sinnai insieme con il mio compaesano don Giovanni Cadeddu. Venni assegnato, come aiuto, a diverse parrocchie del Cagliaritano, fra esse quella di Samassi. Quattro anni continuativi li trascorsi a San Leonardo di Serramanna come vice don Pasquale Sollai, che successivamente fu parroco a Sant’Anna e delegato arcivescovile. Con lo stesso incarico, fui portato, a fine 1956, in città, per collaborare con dottor Luigi Lobina nella parrocchia di San Benedetto… Sostituivo don Mano Pisano, trasferito a Mandas».

Va ricordato in sintesi: don Lobina (originano di San Vito animo riservato e quasi timido ma generoso nel sodalizio, virtuosissimo organista tanto da preparare con don Lepori il congresso eucaristico diocesano) è stato parroco a Sinnai succedendo al mitico don Paderi. Si conoscono da tempo dunque, e collaborano alla perfezione per una decina d anni il prete giovane e l’anziano fino alla morte di questi, la cui famiglia ha come adottato don Orrù. Sono anni ancora pionieristici per l’organizzazione parrocchiale. Gli uffici insistono ancora presso la piccola antica e gloriosa chiesa di via Verdi (lì prego e incontrò il Cielo, duecento e passa anni fa, fra Ignazio da Laconi). Non basta la navatella ad accogliere tutti, alla messa domenicale. «Ricordo che i fedeli allungavano la fila in strada…».

Dal 1952 s’alza intanto, poco lontano, il cantiere di Santa Lucia, iniziato da don Sirigu. La curia può sfruttare le opportunità offerte dalla legge sulla ricostruzione postbellica erigendo una chiesa anche in territorio diverso da quello offeso dai bombardamenti, secondo le necessità pastorali. Ecco perciò Santa Lucia migrare dalla Marina al quartiere nuovo di San Benedetto: un quartiere che pare senza confini, includendo la via Dante e la Fonsarda con Sant’Alenixedda, “is bascius” di su Baroni e Genneruxi/San Giuliano – dopo almeno due chilometri di campi e strade bianche –, spingendosi fin verso su Pont’e ferru, dove scorre il canale di Terramaini. Un territorio enorme, dove la città si confonde con la campagna. Un domani là sorgeranno almeno cinque o sei-parrocchie, da San Paolo a San Carlo Borromeo; da San Sebastiano ai Santi Giorgio e Santa Caterina, al SS. Crocifisso. «Di quest’ultima sarà a lungo parroco un sacerdote formatosi a Santa Lucia, mio collaboratore negli anni ’60: il caro don Gabriele Farci. Un altro mio vice fu l’allora giovanissimo don Follesa».

L’area di via Tuveri è la più povera, a bonificarla provvedono le suore di Cristo Re, che hanno cappella proprio lì; anche i gesuiti hanno fissato nella zona quella che sarà la “scuola apostolica” della Compagnia e poi anche la facoltà di Teologia… Le distanze e le strade sovente impraticabili e buie scoraggiano le madri dal mandare i figli al catechismo la sera… Bisogna “remare contro”, sembra di essere in terra di missione.

Alla fine del 1964 – deceduto don Lobina – l’arcivescovo conferisce il parrocato a don Antonino. Dal 1957 sono già praticabili gli spazi “Santa Lucia”. Che però cantiere continuerà ad essere per almeno altri due lustri: verranno in successione, infatti, il monumentale organo, il mosaico, i grandi lampadari bronzei degno complemento ai progetti degli architetti Adriano Cambellotti (l’inventore della scalinata di Bonaria) e Iolao Farci. E mentre procedono le urbanizzazioni rionali e lo sviluppo edilizio di San Benedetto ed oltre, cresce e s’ affina con la chiesa il complesso parrocchiale, proprio la Chiesa di pietre vive. Don Antonino Orrù è motore e lo snodo di mille iniziative, il coordinatore di una moltitudine di energie che cooperano. Negli anni fra ‘60 e ‘70 assume anche la presidenza della vicaria urbana. Racconta: «Come responsabile regionale della pastorale turistica (nonché del Centro Turistico Giovanile), volsi la mia attenzione ai flussi vacanzieri che nella Sardegna di quel tempo andavano assumendo dimensioni inedite: bisognava accompagnare evangelicamente il tempo del riposo…».

Su un terreno che guarda al mare in quel di Solanas, donato dalla sua famiglia, sorgerà così la casa “per ferie” intitolata alla “Scogliera”; sarà benedetta nel 1972 dal cardinale Baggio e, ceduta quindi alla diocesi, verrà affidata alla gestione delle suore Giuseppine.

Siamo negli anni dell’episcopato, discreto ma fruttuoso, di monsignor Bonfiglioli quando a Santa Lucia alza le sue antenne radio Alfa (ribattezzata poi Beta e animata quasi integralmente da laici, capace di raggiungere soprattutto le persone impedite, recluse in… casa, anziani e malati). Apre anche la prima delle case-famiglia, in via Fais. La seconda, intitolata a Giovanni Paolo II e condotta dal laicato dall’interparrocchia cittadina, sorgerà – e ancora funziona – in via Basilicata.

È quasi la vigilia della sua promozione alla chiesa cattedrale di Ales-Terralba quando don Antonino, mette su una consultazione che finisce per coinvolgere quasi tremila fedeli circa le opportunità pastorali da cogliere nella maggior griglia data alla parrocchia sulla destinazione delle offerte ai funerali, sull’allestimento di conferenze e dibattiti di cultura religiosa, sulle tabelle orarie di messe e funzioni, sulla programmazione della radio, sulla fruizione della stampa cattolica, ecc.

Chiude il capitolo cagliaritano, s’apre quello alerese. Nel medio Campidano per quasi tre lustri terranno con sé questo generale capace di conservare la semplicità e l’operosità leale e sorridente dell’ultimo dei soldati obbedienti alla causa. Come in quei cruciali quarant’anni trascorsi a Santa Lucia.

1 – Da Ales, il vescovo al cardinale Martini

Sono un piccolo Vescovo di una piccola Diocesi, in un territorio povero; è la Diocesi di appartenenza e ove ha compiuto i suoi primi studi il Padre Giuseppe Pittau.

È  una Diocesi povera, ma ricca di bontà; il Clero è buono, ma necessita di una spinta, do una ripresa di fiducia.

Ho appena terminato i miei Esercizi Spirituali; ho scelto di andare in una casa religiosa, da solo, come spesso faccio, in una grande pace.

Tra i libri scelti, ho preferito portarne uno di Vostra Eminenza, che è l’ultima Lettera Pastorale; erroneamente ne ho preso un altro, sempre di Vostra Eminenza,” libertà che si dona”, raccolta delle meditazioni dettate ai Vescovi nel corso degli Esercizi Spirituali tenuti a Loreto dal 26 febbraio al 3 marzo 1995; a me è stato offerto proprio in occasione del nostro incontro con il Santo Padre, a Loreto.

Eminenza, ho letto le sue meditazioni con attenzione, ho recepito tanta ricchezza spirituale, illuminante e ho gustato la Parola di Dio; ora torno nella mia Diocesi più fresco, più entusiasta, più convinto.

Oso esprimere un desiderio, la risposta sarà negativa, ma io tento: le chiedo, Eminenza, se potrò avere la gioia di far sentire ai miei Sacerdoti una Sua meditazione in occasione di un Ritiro Spirituale; quando Lei vorrà.

Da Roma si arriva a Cagliari e da Cagliari la sede dei nostri ritiri dista 45 minuti; non importa il giorno; quando per Lei, Eminenza sarà possibile, per noi sarà sempre un dono.

Eminenza anche io, come Lei, sono diventato sacerdote il 13 luglio del 1952, ma Lei ha spiccato il volo ad alta quota; so bene di chiedere troppo, anche per i Suoi mille impegni, ma i Sacerdoti della nostra Diocesi attendono, sperano e anche meritano un tale incontro.

Con tanta devozione, in unione di preghiera, porgo distinti saluti.

2 – Il vescovo per Antonio Gramsci

Di fronte a un personaggio di valore internazionale, anche la Chiesa di Ales non può non unirsi alla sua commemorazione, soprattutto perché lo considera un suo figlio, nato alla famiglia cristiana mediante il Battesimo.

Nel registro parrocchiale, ben custodito nell’archivio, alla pagina 231, atto n° 5, risulta quanto segue:

Ales 29 gennaio 1891

L’ill.mo Mons. Rev.do Teologo Sebastiano Frau Vicario Generale, ha oggi solennemente e secondo il Rito di Santa Romana Chiesa battezzato un bimbo, nato il 23 del corrente mese, cui si è posto il nome Antonio Sebastiano Franco, figlio legittimo e naturale dei Signori Francesco Gramsci e Giuseppina Marcia. Padrino è stato il Cav. Notaio Francesco Puxeddu, di Masullas

Firmato Canonico Marongiu, Parroco.

Frequentò l’asilo infantile delle Suore a Sorgono.

La sua agitata e provata fanciullezza e giovinezza non diedero certo possibilità al Gramsci di studiare e praticare il Cristianesimo, ma i sentimenti religiosi, nonostante il vicinato troppo stretto con teorie allora correnti non sono stati in lui soffocati, né tanto meno da lui mai ripudiati.

Adorava la sua mamma e la sua educazione cristiana non può non aver influito nell’animo del suo figliuolo, tanto è vero che in un momento dì grande difficoltà, mentre nella sua camera teneva sempre una fotografia di Giulia e un quadro di S. Agnese pensava: diventerò cristiano, andrò ogni giorno in Chiesa, mi confesserò e alla prossima festa di Pasqua andrò a comunicarmi.

Molto cristiano e praticante era l’amico di camera, che lo assisteva fraternamente, Piacentini.

A Roma scelse una clinica aperta dalle suore dì Carità di S. Croce, gli ospiti erano affidati alle cure delle stesse suore.

In una lettera di Tatiana a Giulia, si legge, nel racconto degli ultimi istanti della vita di questo grande personaggio:

venne il prete, altre suore … ho dovuto protestare con veemenza perché lasciassero tranquillo Antonio, mentre questi hanno voluto proseguire rivolgendosi a Nino, per chiedergli se voleva questo o quell’altro

Era il Rito della Estrema Unzione!

3 – Il vescovo e quella prima visita alla nuova casa di residenza

Fui onorato dalla visita del Collegio dei Consultori, che portarono il saluto e le espressioni augurali del Clero e dei laici della Chiesa che è in Ales.

Visitai Sua Eccellenza Mons. Tiddia, Arcivescovo di Oristano, Metropolita e Amministratore della Diocesi in Sede Vacante, nella sua Sede; mi disse che aveva confermato il Canonico Paolo Orrù, Parroco di Santa Barbara in Gonnosfanadiga, “Delegato ad omnia”.

Il Delegato mi donò una copia di “Pietre vive”, più di un Annuario diocesano, che riportava tutti gli incarichi dei Sacerdoti e dei laici.

In privato visitai l’Episcopio, con il Delegato, il Cancelliere e l’Amministratore; pareva in aperta campagna, perché saliti i gradini della scala, che partiva da un garage, ci si trovava in mezzo a un campo incolto, chiamato “l’orto del Vescovo” e che era in comunicazione con la strada che porta alla USL.

I confratelli mi accompagnarono a visitare gli Uffici della Curia e successivamente i locali dell’Episcopio.

Nella Curia la Cancelleria, l’ufficio del Delegato vescovile e quello dell’Amministrazione erano in ordine e chiusi a chiave; l’anticamera dell’ufficio del Vescovo chiusa con una chiave “universale” … perciò aperta, con l’unico telefono, intercomunicante Curia Episcopio.

All’apparecchio dell’anticamera erano collegati vari fili, segno evidente di un utilizzo del telefono anche improprio.

L’Ufficio del Vescovo aveva una spaziosa scrivania e tre sedie dell’aula capitolare, tre armadi con vetri “fumé”, sprovvisti di serrature e con poche cartelle all’interno; chiesi dove fossero i documenti del Vescovo ed eventualmente quelli dell’Archivio segreto, nessuno tuttavia seppe dare una risposta; tutti concordavano nel dire che molti documenti erano stati portati in Seminario.

Salendo le scale, verso il primo piano, con ringhiera in ferro battuto color verde, incrociai due uomini che scendevano: appena salutarono; mi dissero che erano due sacerdoti, forse amareggiati perché fino a qualche giorno prima abitavano al secondo piano dello stesso stabile.

Lo spazio riservato al Vescovo si sviluppava al primo piano e comprendeva lo Studio privato, la camera da letto, altre due camere da letto e il salottino.

La ex cappella, una volta degnamente decorata, aveva la pittura deteriorata dalla umidità e dalla presenza di volatili, che si erano impadroniti dello spazio, causa le finestre sempre spalancate; ora era utilizzata come deposito di molti mobili; l’altare, molto decoroso, era tuttavia inutilizzato dal tempo del Collegio.

Al pianerottolo, tra il primo e il secondo piano, vi era una stanza, bene arredata ufficio; mi dissero che era l’Ufficio dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, di cui era Direttore lo stesso Amministratore Diocesano: non nascosi la mia meraviglia nel constatare che si trovasse proprio dentro l’Episcopio, tuttavia pensai che fosse prudente non esprimere pubblicamente il mio parere, per non apparire troppo esigente.

Al secondo piano, sopra la ex cappella, si trovava lo stenditoio delle Suore, che erano al servizio del Vescovo, presentava molte infiltrazioni di umidità, al terzo piano erano presenti infiltrazioni financo d’acqua, con i mattoni del soffitto caduti a metà, o cadenti, causa il deterioramento della terrazza.

Al piano terra, entrando dall’ingresso principale, si trovava l’Ufficio del Vescovo e del Segretario; sempre al piano terra si trovava la Cappellina privata del Vescovo: infelice la ubicazione perché quasi comunicante con l’attigua cucina.

I “servizi igienici”, al piano terra, sono ubicati nell’andito, all’interno della vetrata, a disposizione di tutti, comprese le persone che partecipano a riunioni che si tengono nell’unico locale accessibile dal sottoscala.

Al secondo piano in buone condizioni si trovavano due camera oltre la vetrata, un camerone più piccolo, con quattro letti; alla parte dei cortile posteriore un ambiente cucina, efficiente, e due camere con relativo servizio.

Il terzo piano, disabitato dai tempi del Collegio, si presentava, in pessime condizioni, tanto che la previsione, in accordo con l’Amministrazione Comunale era la totale demolizione del piano.

4 – In un’intervista di consuntivo, le luci e le ombre

Sul numero 8 dell’11 aprile 2004 del quindicinale Nuovo Cammino, così il vescovo, in una conversazione con il direttore don Giovanni Pinna (titolo “Grazie, Mons. Antonino! Per non dimenticare la sua opera… Sottovoce, insieme con lui una valutazione”), rifletteva sul suo ministero alerese ora alla conclusione:

«Dopo 14 anni di servizio episcopale Mons. Orrù lascia la diocesi per raggiunti limiti di età. Un senso di nostalgia accompagna la sua partenza. È stato in continuità con i suoi predecessori il servizio pastorale di Mons. Antonino Orrù nei suoi quattordici anni di episcopato nella nostra diocesi. Ha completato alcune opere da loro iniziate, ma ha aggiunto fantasia e capacità pratiche non indifferenti nel realizzarne di nuove. È stato però specialmente il vescovo che ha vissuto a contatto con la gente in difesa del territorio nella pastorale ordinaria di formazione delle coscienze. Assieme a lui tentiamo una verifica del suo episcopato.

«In Diocesi in questo periodo si vive una comprensibile situazione “agro-dolce”, come lei stesso la ha definita; e lei come la sta vivendo?

Cerco di essere tranquillo, ma in qualche momento lo stato d’animo si agita, come colui che deve partire Penso alle cose fatte e a quelle rimaste incomplete, a ciò che potrei fare ancora. Mi rifugio nella preghiera.

«Vogliamo Invitarla, se lei accetta, a una verifica a voce alta: come sono stati per lei questo 14 anni di ministero episcopale nella nostra Diocesi?

Fino al 12° anno di episcopato era come navigare in un mare tranquillo; qualche onda, qualche difficoltà, ma tutto nella norma. Poi come un ciclista in salita; man mano che il traguardo si avvicinava la strada era più impegnativa: problemi di salute e di ordinaria pastoralità.

«Secondo lei, quali i momenti e le realizzazioni più significative di questi 14 anni?

Non mi pare che ci siano stati momenti più significativi. Sono stato sempre disposto ad affrontare i problemi, cercando volta per volta di trovare le soluzioni.

«Ci sono stati sicuramente, come in ogni esperienza umana, dei momenti difficili: ce li vuole rivelare?

Certo, ne ho trovati; li aspettavo. Quando non sono riuscito a trasmettere il mio pensiero, o quando, seppure involontariamente, mi attribuivano parole o fatti mai esistiti. Allora si soffre e ogni volta è una sofferenza diversa. Sono i momenti di prova, perché non esistono soluzioni quando i problemi non sono reali. Sono i momenti più pesanti e solo rifugiandomi nella preghiera trovavo sollievo.

«Proprio nessuna delusione nei riguardi di persone o situazioni?

Anche, ma è umano, ma non superiori a quanto fossi preparato. Sono incomprensioni, piccoli giochetti di arrivismo, suggerimenti errati. Delusioni? Quando una difficoltà si attende, resta una sofferenza, ma non una delusione. Nel Vangelo troviamo tutti questi casi, e rileggendo la imitazione di Cristo troviamo molte soluzioni anche a queste difficoltà.

«Lei tiene moltissimo al Museo diocesano di Arte Sacra, per motivi indipendenti da lei questo non è stato ultimato e quindi inaugurato prima della sua partenza: cosa pensa del ritardo?

È un problema umano, sociale e culturale, che io ho sempre visto per il bene del territorio e non ne ho mai fatto mistero. Ma come tutte le cose umane non sempre si svolgono nel senso desiderato. Momenti di fiducia, altri di dubbio e altri ancora di sfiducia. Per fortuna non ho mai perso la speranza. L’impostazione è stata buona, per cui la realizzazione può rallentare il passo, ma non fermarsi. Che la mia partenza senza il completamento di questa opera lasci un po’ di amarezza è comprensibile, ma sono certo che l’opera sarà portata avanti è troppo bella, preziosa e utile per tutto il territorio. Cosa penso del ritardo? Sono pensieri anche cattivi che mi vengono e io cerco di scacciarli, fanno soffrire, producono affanno, ma occorre sperare e io spero. Quando si parte da un edificio esistente, attiguo alla Cattedrale, con un tesoro straordinario, io avrei desiderato una marcia in più. Devo dare atto che la Comunità Montana si è sempre adoperata per la realizzazione.

«Ricorda il suo stato d’animo 14 anni fa, al momento della sua venuta? Fino a che punto si sono realizzati i suoi desideri?

Avevo quattordici anni di meno e quindi più energie, più fantasia, più desiderio di fare. Quando rivedo gli spostamenti e le visite alle Comunità nei primi anni, non nascondo che io stesso rimango sorpreso. Come ho sempre detto e come è nel mio stile personale, a me piace scoprire ciò che hanno iniziato i miei predecessori e secondo una mia, seppure personale, valutazione cercare di portare a termine. Nell’Oasi di San Gavino è nata la Casa di Accoglienza, nel Seminario di Ales ho ripreso l’idea del Museo. La ripresa del giornale Nuovo Cammino, che gode ancora buona salute. L’Istituto di Scienze Religiose ha vissuto momenti eccezionali, poi un calo di tensione, ora è in una fase difficile e avrà bisogno di una rianimazione. Ecco un dispiacere: non sono riuscito a riaprire il Seminario di Villacidro; mettere in moto una macchina quando è ferma da tanto è difficile e il Seminario è praticamente chiuso da tanto e dalla Congregazione era stato autorizzato il Seminario interdiocesano a Oristano. I locali sono stati utilizzati come sede dell’Istituto di Scienze Religiose e la convivenza non era facile. Ora sono stati eseguiti molti lavori e l’edificio potrebbe essere nuovamente utilizzato. Il mio successore è uno specialista in materia di Seminari, sono certo che dedicherà un’attenzione maggiore.

«E ora come sarà la vita e il ministero del Vescovo emerito di Ales-Terralba?

Devo ancora imparare. Riconosco di avere necessità di una revisione fisica, ho trascurato per parecchio tempo la mia salute e ora sento il bisogno di fermarmi un po’. Dedicherò molto tempo alla preghiera e alla meditazione e porterò con me tanti, tanti manoscritti per riordinarli.

«Quando lei lascerà la Diocesi, il suo successore sarà stato già ordinato come Vescovo. Cosa ne pensa della scelta della Santa Sede?

A questa domanda non posso rispondere che bene. Certamente la Santa Sede ha scelto bene e sicuramente il mio successore farà meglio di me, non c’è dubbio.

«La Diocesi si era abituata a lei e alla sua presenza, ora è palpabile un senso di tristezza per la sua partenza: vuole lasciare un suo pensiero che serva di incoraggiamento?

Guai se non fosse così. Più che tristezza sarà commozione; sono le sensazioni umane, che si provano nelle circostanze di partenza tra persone care. Sarebbe triste se non ci fosse commozione. Come la pioggerella estiva le poche gocce si asciugheranno presto e ritornerà il sereno, il bel tempo e riprenderà il lavoro, l’annuncio della Risurrezione di Cristo proseguirà. Un anello può essere diverso e più adatto di un altro, occorre siano uniti per formare la catena, che segna la continuità della Chiesa. Dobbiamo essere ancorati a Cristo con la preghiera e tra noi con l’amicizia. E chi potrà dimenticare la materna protezione della Madonna delle Acque?».

5 – Il “motorino di Dio”, presule ardito e dinamico

Sullo stesso numero speciale di Nuovo Cammino un articolo di Antonio Corona, fino ad epoca recente presidente dell’Azione Cattolica diocesana, ricostruiva con efficacia i tratti salienti del lungo episcopato di don Antonino Orrù (titolo “L’opera del suo ministero pastorale”):

«Dopo 14 anni di intenso e faticoso ministero episcopale, il Vescovo di Ales-Terralba lascia la guida della diocesi al Vescovo eletto, Mons. Giovanni Dettori suo successore. Quattordici lunghi anni in una diocesi piccola e a rischio di soppressione ricorrente, trascurata più di altre in quanto a servizi, a viabilità, di poco peso politico ed economico ma che ha fatto sentire in ogni circostanza forte e decisa la sua voce.

«L’opera di questo vescovo, che ha voluto rivalutare la sede vescovile di Ales, è stata orientata in modo tangibile su tre direttrici principali: la pastorale, l’impegno sociale e la testimonianza della carità, la promozione e la valorizzazione dell’arte e della cultura.

«La diocesi si è interrogata, attraverso un’indagine condotta in modo scientifico, “In ascolto per servire”, sul cammino percorso, per conoscere a fondo il contesto socio-religioso e per promuovere un rilancio dell’impegno e delle attività nelle parrocchie. Il piano pastorale diocesano è una risposta conseguente e concreta a tutte le problematiche emerse. È stata una strada tracciata che ha orientato il cammino della diocesi nel corso dell’intero episcopato di questo Vescovo.

«Un periodo storico di particolare rilevanza nel corso del quale la diocesi di Ales è entrata nel terzo millennio. Mons. Orrù è il Vescovo delle Marce per la pace in favore dei diritti negati, delle celebrazioni del grande Giubileo del 2000, della memoria dei 500 anni dell’unificazione delle diocesi di Ales e Terralba. È stato un Pastore in linea con i predecessori nella testimonianza della carità, caratteristica che ha contraddistinto i Vescovi della diocesi di Ales nel corso della sua storia.

«La realizzazione della Casa dell’Accoglienza in San Gavino, il sostegno agli istituti che si occupano in diocesi di ragazzi o ragazze con gravi difficoltà familiari, il sostegno ai Centri di Ascolto, alle Comunità Terapeutiche, alla Caritas diocesana e quelle parrocchiali a fianco dei sacerdoti impegnati nelle attività sociali, l’impulso dato agli Oratori e la presenza nei pellegrinaggi a Lourdes a fianco dei malati, degli anziani, dei sofferenti, dei carcerati di “Is Arenas”, accanto agli ospiti delle comunità terapeutiche di Morgongiori e di Pimpisu, o tra i nomadi, non sono forti segni di testimonianza della Carità?

«Durante le visite pastorali alle 57 parrocchie della diocesi, uno degli appuntamenti fissi è sempre stato, insieme alla visita alle scuole, anche quella alle persone anziane e malate. Un appuntamento fisso annuale a partire dal 1991 è stata la giornata del malato e la visita ai degenti dell’ospedale di San Gavino.

«Per merito del Vescovo il Crocifisso è rimasto o è ritornato nelle aule e negli uffici pubblici. A tal proposito il Vescovo scrisse una lettera accorata agli amministratori e ai dirigenti scolastici affinché il Crocifisso, “rimosso forse per non ostacolare la tinteggiatura” di qualche aula o stanza, potesse tornare al suo posto.

«Le gravi difficoltà per la mancanza di lavoro, la disoccupazione o il licenziamento hanno trovato il sostegno del Vescovo sempre a fianco dei lavoratori delle industrie del polo di Villacidro, del Guspinese, tra i minatori.

«”Che cosa può fare un Vescovo di fronte alla sua diocesi minacciata da un tracollo socio-economico che rischia la desertificazione industriale nonostante le molte promesse fatte dai politici e amministratori?”, si chiedeva il quotidiano Avvenire del 1° maggio 1992, festa dei lavoratori. Il Vescovo ha sempre chiesto, bussato, scritto, sollecitato ministri, politici, amministratori, forze sociali.

«Nella lettera al Presidente Scalfaro in occasione delle sua visita in Sardegna chiedeva aiuto per il territorio del “non lavoro”. A fianco degli amministratori ha partecipato alla mobilitazione per le molte croci sulla 131. “Forse mai una Chiesa diocesana era scesa cosi in piazza compromettendosi tanto per un problema sociale”, ma la presenza del Vescovo e stata di richiamo ai valori della vita che vanno sempre e comunque difesi

«Ho seguito molto Mons. Antonino Orrù, come operatore di Nuovo Cammino, principalmente negli ultimi 10 anni. L’ho seguito durante le Visite pastorali alle parrocchie della diocesi, negli incontri con gli amministratori, nei corsi per insegnanti di religione cattolica o per catechisti, negli incontri diocesani con le associazioni e le commissioni per la pastorale diocesana, nei numerosi convegni diocesani, nelle celebrazioni, per le ordinazioni di diaconi o di presbiteri, nei campi scuola dell’AC, in occasione di inaugurazione di chiese, di oratori, di centri sociali, negli incontri con i giornalisti del territorio. Il Vescovo è stato sempre presente, nonostante i numerosi impegni del suo ministero e la salute altalenante, Mons. Orrù lascia un segno profondo nella storia di questa diocesi. Lascia opere importanti da lui volute e realizzate con interventi della Regione Sardegna, della Provincia di Oristano, della XVII Comunità Montana, degli Enti Locali, dei suoi sacerdoti, del popolo.

«La Casa d’Accoglienza a San Gavino è una realtà, il museo d’arte sacra ad Ales è un’opera compiuta, a parte un rallentamento dei lavori nell’ultimo periodo dovuto a motivazioni non facilmente individuabili.

«L’archivio storico, affidato alla gestione della Memoria Storica è stato riordinato e messo a disposizione del pubblico per l’impegno del Vescovo. Oggi è frequentato e consultato da studiosi, studenti, appassionati.

«Il restauro della Cattedrale ha riportato la chiesa agli antichi splendori. Gli argenti sacri, i tessuti serici della Cattedrale, sono stati conosciuti attraverso le mostre, volute da Mons. Orrù nell’ex Seminario tridentino. L’antico organo seicentesco ad ala, il più antico della Sardegna, dopo un accurato restauro, ha ripreso posto ai piedi dell’altare maggiore e fa risentire, ai fedeli riuniti in Cattedrale, la sua voce. Il “paese del tesoro” è stata denominata la sede vescovile di Ales a cui il Vescovo ha cercato in tutti i modi di ridare la dignità che merita.

«La statua del Redentore, il Cristo della strada, sulla S.S. 131, all’altezza del distributore di carburanti Q8, è in qualche modo la mano tesa di questa diocesi che accompagna e protegge il cammino dell’uomo lungo le strade del mondo. È  un dono al Vescovo in occasione del Giubileo del 2000, di due famiglie sarde emigrate in Sudamerica.

«Parte da lontano il dinamismo di Mons. Orrù. “È un parroco ardito e dinamico” si diceva di lui nella parrocchia di Santa Lucia, a Cagliari. Ardito e dinamico lo è stato anche da Vescovo. Lo ritroviamo pellegrino per due volte in Terra Santa, a Torino, per l’esposizione della Sacra Sindone, lo ritroviamo pellegrino a Lourdes e a Fatima, nei lavori dei Concilio Plenario Sardo, a Roma.

«Per merito del Vescovo rinasce anche la stampa diocesana; nel 1990 Notiziario e nel 1995 anche Nuovo Cammino, poiché questo Vescovo ha sempre ritenuto il settore della stampa, nonostante difficile e delicato, indispensabile per l’evangelizzazione e per dar voce a tutti.

«Gli dobbiamo riconoscenza e gratitudine senza dimenticare che per noi è sempre stato e continuerà ad essere, una guida, un padre, un fratello e un amico».

6 – «È giunta l’ora dei saluti»

Questo il messaggio di saluto al clero alerese rivolto dal vescovo in partenza nella primavera del 2004:

È giunta l’ora. Dopo una condivisione di vita pastorale, nel servizio alla diletta Diocesi di Ales-Terralba, desidero inviare questo messaggio.

È un saluto affettuoso; colmo di gratitudine per l’accoglienza e l’amicizia che avete voluto riservarmi e per l’aiuto offertomi nel portare la Croce del servizio.

Un grazie a Ciascuno di voi a nome della Chiesa per il vostro lavoro, di cui solo il Signore valuterà il peso quotidiano.

Nel cammino forse anche voi avete incontrato delle difficoltà e affrontato delle sofferenze: è la sorte di chi segue la “Via del Signore”, ma la certezza di essere accompagnati sempre dalla santissima Madre ci sostiene e ci conforta.

Il desiderio di venire in visita a ciascuna delle vostre Comunità parrocchiali, per salutare voi, cari sacerdoti, i parrocchiani e i vostri collaboratori, il tempo, che corre veloce, non me lo permette nei modi e nei tempi che avrei voluto, né la salute, che reclama una sosta.

Per mezzo vostro, voglio dire, grazie, sinceramente, anche ai vostri collaboratori, che hanno condiviso con voi il “peso della giornata”, soprattutto i catechisti, gli animatori, le “silenziose Marte”, sempre disponibili al decoro della chiesa; un grazie colmo di paterno affettò e simpatia anche ai ministranti, che con il loro servizio rendono preziose le Sacre Funzioni.

Cari sacerdoti, continuate a “prendere il largo” nel mare indicato dal Santo Padre; non indugiate troppo nelle discussioni per stabilire la “rotta” migliore, fra le tante, anche discutibili, da seguire: parlate sinceramente, rispettosamente, e seguite la voce del vostro Maestro e Pastore: il Vescovo.

Non adombratevi se la vostra proposta non viene subito preferita, o riconosciuta come quella più giusta; sappiate attendere e se siete davvero certi della bontà di quell’idea, riproponetela, magari presentandola in termini, modi e tempi diversi.

Ogni suggerimento è un dono, ogni silenzio potrebbe essere una omissione; in voi ci sono tanti talenti, non sotterrateli, ma “trafficateli” per l’edificazione del Regno di Dio, per il bene della Diocesi.

Miei cari amici, non trascurate la vostra partecipazione agli incontri comunitari, che sono sempre un momento di “rifornimento” per il vostro spirito e per la fraternità sacerdotale; qualche volta sembrerà che non servano, ma non è così: la loro importanza potrebbe nascondersi, in quel saluto scambiato, in quella parola condivisa, nella preghiera stessa recitata tutti insieme e, non ultimo, per la possibilità della Confessione.

Con tanto affetto, ancora una volta vi saluto, vi ringraziò e di cuore vi benedico.

Concludendo, di mio

Eccole dunque le pagine fra le più significative che ci ha lasciato il presule. Pagine, quelle, di quasi due decenni fa. Ma pagine attuali perché vere, autentiche, sincere, di colloquio e di abbraccio espliciti, intessute del linguaggio perenne: quello della prossimità. L’abbiamo perso, ora, don Antonino Orrù. Mi importava dunque associarmi adesso al lutto di molti, e accompagno col pensiero il caro monsignore che sapeva spendersi come pochi in una bella dinamica con chiunque egli s’imbattesse. Imprigionò anche me nella sua empatia liberatrice, monsignore, e gliene sono grato.

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).

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