I MILLE GIORNI DI FRANCESCO CHE HANNO SCONVOLTO, PER SEMPRE, L’ESISTENZA DI TUTTI

Tre anni fa l’elezione di Papa Francesco. Mille giorni che hanno cambiato la storia. Quella personale di ciascuno di noi, ma anche quella delle nostre piccole comunità domestiche, delle nostre parrocchie, della Chiesa cattolica tutta.
Se restano indelebili il discorso alla luna di Giovanni XXIII, la supplica agli uomini delle Brigate Rosse di Paolo VI, quel se sbaglio mi corriggerete di Giovanni Paolo II c’è quel buonasera che è entrato nel cuore di tutti di tre anni fa. Un semplice, laico, universale saluto che, in un attimo, ha fatto di quell’uomo, scelto dai Cardinali dalla fine del mondo, il nostro babbo, il fratello maggiore, l’amico al quale confidare le pene più segrete.
Tre anni che ci hanno squassato nel profondo. Che ci hanno fatto capire cosa deve essere la Chiesa, cosa deve essere il battezzato, il prete, il vescovo.
A cinquant’anni dalla sua chiusura, il Concilio comincia a germogliare, a dare i suoi frutti maturi, a risplendere in questa primavera dello Spirito che ha spalancato le Porte della Misericordia e mostrato al mondo il vero volto del Padre, un Dio tenero e giusto, paziente e premuroso, a tal punto da consentire che nella sua essenza, nella Trinità, trovasse posto anche l’uomo, tutta l’umanità, redenta e perdonata dall’Uomo Gesù.
Fra le tante parole (che gli immancabili benpensanti amano definire slogan) ve n’è una che Papa Francesco ama ripetere, ricordare, rimarcare, imprimere a ogni suo intervento: sinodalità, camminare insieme: laici, presbiteri, vescovi. Questo l’ordine scelto dal Papa. Non a caso, credo. A indicare l’esigenza, la doverosa, vorrei dire l’ontologica esigenza di prossimità, condivisione, comunione ecclesiale.
Bene ha scritto padre Giulio Albanese in un suo commento al terzo anniversario della elezione di Papa Francesco:
Da una parte sono felice per l’indirizzo impresso alla Barca di Pietro dal suo 266° successore, primo papa non europeo dopo 1.272 anni. Dall’altra, avverto l’esigenza di esprimere la mia indignazione per le ininterrotte critiche mosse all’azione e alla persona del Vescovo di Roma da parte di personaggi pseudo-cattolici che negano il suo primato. L’attacco mosso nei suoi confronti non viene dai soliti mangiapreti, ma da gente che, nei pontificati precedenti, si è sempre professata cattolica, ostentando virtuosamente mani giunte e collo storto.
Duole doverlo scrivere, ma si tratta davvero di “sepolcri imbiancati” che vorrebbero impedire l’affermazione dei temi che papa Bergoglio sta sviluppando coraggiosamente nel suo magistero, in particolare la fine della Chiesa Costantiniana (quella fatta di pianete dorate, veli omerali di broccato, stole a lamine d’argento, merletti e candelabri…) nel contesto di un ampio disegno di riforma, il rilancio del cammino conciliare, l’indicazione di un forte rinnovamento pastorale, la denuncia delle strutture di peccato che deturpano la persona umana e mettono in pericolo la sopravvivenza del pianeta.
Personalmente, ritengo un segno di grande speranza la centralità data da papa Francesco alla misericordia, al popolo di Dio e al “senso della fede” che anima ogni credente.
Mi torna alla memoria un altro grande vescovo del Novecento, don Tonino Bello, quando affermava che la Chiesa deve far proprio il potere dei segni e non adottare i segni del potere: “Ecco perché non dobbiamo più avere i segni del potere ma il potere dei segni! Non per smania di originalità, ma solo e soltanto per esigenza evangelica!”
E i segni nuovi di papa Francesco rivelano, senza dubbio, che siamo di fronte a un nuovo corso, impegnativo e, al contempo, segnato dalla speranza, che la nostra Chiesa deve metabolizzare col tempo.
Mettendo, soprattutto, in atto una prassi conviviale, secondo il sogno di don Tonino e del vescovo Francesco: una “Chiesa del grembiule” e non più una comunità segno del potere.

Paolo Matta