A CAGLIARI IL CRISMA ARRIVA DA LOCRI, DAI TERRENI SOTTRATTI ALLA MAFIA

Il prologo del Triduo pasquale è al mattino del Giovedì santo, con la Messa degli Oli, quella più solenne di tutto l’anno che il vescovo del luogo con-celebra assieme a tutti i sacerdoti e religiosi della sua diocesi.
Nella Cattedrale di Cagliari il vescovo Arrigo presiede assieme ad altri cinque vescovi: c’è il cardinale Luigi De Magistris, a fianco di Piergiuliano Tiddia (emerito di Oristano), Tarcisio Pillolla (emerito di Iglesias), Antonino Orrù (emerito di Ales-Terralba), Antonio Vacca (emerito di Bosa-Alghero). Manca solo Antioco Piseddu (emerito di Lanusei) che è nella sua antica sede per presiedere proprio la Messa Crismale chiamato dal suo successore nella Cattedra ogliastrina Antonello Mura.
In Duomo, a Castello, c’è il pienone di preti e religiosi tant’è che «la tentazione, in questi casi, sarebbe quella di “lavare i panni sporchi in famiglia” – dice il vescovo Arrigo all’omelia – oppure quella di “volare alto” e parlare solo della grandezza del sacerdozio».
Miglio sceglie la strada dei «piedi per terra ma con gli occhi fissi al Cristo, crocifisso e risorto» come suggerisce la Liturgia della Parola della Messa crismale.
Sono alcuni cresimandi a presentare al vescovo presidente le grandi anfore con gli Oli dei Catecumeni, degli Infermi e il Sacro Crisma.
«Olio profumato, frutta della miscela di alcune essenze che, grazie al vescovo di Locri, arrivano dalla Calabria, da quelle terre confiscate alla mafia e restituite alla società civile».
Un segno di vicinanza a quelle terre dove la criminalità organizzata locale si è sostituita allo Stato dettando regole e comportamenti che hanno finito per affermare la schiavitù e non la libertà, la prevaricazione e non la democrazia, l’odio e non la speranza come valori fondanti il convivere civile.
«Questa Messa degli Oli – ha detto monsignor Arrigo rivolgendosi alle catechiste e ai parroci dei numerosi cresimandi presenti in Cattedrale – vale più di almeno cinque incontri di catechismo per la ricchezza della liturgia e la profondità dei segni che vi sono contenuti».

Paolo Matta