PARABOLA DEI TALENTI: LA MANCANZA DI GRATITUDINE PER IL DONO RICEVUTO

Quando mancano la fede, la speranza e la carità, cosa si può fare?
33ma domenica Tempo Ordinario Anno A (19 novembre 2017)  Letture Prov 31, 10-13. 19-20, 30-31; 1 Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

Anche nel tempo di Gesù, come oggi, c’era un problema di fiducia nelle banche! L’atteggiamento del terzo protagonista della parabola, che abbiamo appena ascoltato, lo dice in modo molto chiaro. Quest’uomo non prende il rischio di perdere il talento che il suo signore gli ha affidato. Preferisce nasconderlo nella terra fino al ritorno del suo maestro. In un certo modo, si capisce molto bene la sua prudenza. Non si sa mai cosa succederà!

La crisi che attraversiamo oggi in occidente, e in modo particolare in Europa, non è prima una crisi finanziaria, una crisi economica, ma è soprattutto un crisi di fiducia. Non tanto una crisi di fiducia negli altri, ma forse soprattutto una crisi di fiducia in noi stessi. Ciò che mancava proprio a questo terzo personaggio della parabola, non era tanto la fiducia nel padrone, ma piuttosto la fiducia nelle proprie possibilità di fare fruttificare ciò che aveva ricevuto.

Questa parabola può dunque diventare per noi un insegnamento molto prezioso, in questi tempi, perché ci mostra il meccanismo che conduce questa persona a perdere fiducia in sé e nelle proprie capacità e poi ad allontanarsi dal maestro, giudicandolo in modo molto severo.

La prima differenza tra i due primi servi e l’ultimo, è nella quantità di denaro che ricevono. Ognuno riceve o cinque, o due o un talento, secondo le sue possibilità. Ma come succede spesso in queste situazioni, si può immaginare molto bene la reazione dell’ultimo quando riceve solo un talento. La tentazione è sempre molto forte per ognuno di noi di pensare che gli altri hanno ricevuto di più, che sono più fortunati di noi, che sono preferiti dalla provvidenza. Il problema, allora, non è solo la gelosia, ma soprattutto la mancanza di gratitudine per il dono ricevuto. Guardiamo ciò che hanno ricevuto gli altri e dimentichiamo di ringraziare per ciò che abbiamo!

La seconda differenza, la troviamo nel modo di trattare il dono ricevuto. I due primi lo fanno fruttificare, ma prendendo il rischio di perdere ciò che hanno ricevuto. Le banche non erano più sicure al tempo di Gesù. Non si può vivere senza rischiare, senza provare, senza fidarsi. Il buco nella terra è forse il metodo più sicuro, ma non si è mai visto un albero di monete crescere sopra un tesoro nascosto in un campo. Ciò che manca al nostro terzo personaggio, è la capacità di rischiare, cioè di perdere per guadagnare. Lo diceva già un altro brano del vangelo venerdì scorso, “chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva”!

Così arriviamo alla terza differenza, dopo la mancanza di fiducia e l’incapacità di sperare nel futuro e di rischiare, troviamo, com’è logico, la mancanza di carità. Per giustificare il suo rifiuto di fidarsi e di sperare nella vita, il nostro personaggio accusa il suo padrone. E lo fa con rabbia e con disprezzo: “so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”! In altre parole, “so che tu sei cattivo e ingiusto”! Per questo, la fede e la speranza sono impossibili per lui. Egli crede di conoscere, di sapere. Così ha perso la fiducia e la speranza in Dio e in se stesso! Quando mancano la fede, la speranza e la carità, cosa si può fare?

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)