MILANO POTEVA ASPETTARE, CAGLIARI NO

Da Cagliari a Milano.
Un viaggio durato quattro anni prima di arrivare, dalla periferia della Chiesa, alla diocesi più grande d’Europa.
I potenti possono sempre attendere, i poveri no.
Se papa Francesco ha scelto la terra di Sardegna per dare inizio al suo pontificato si rivela, ogni giorno di più, luminoso e comprensibile, come non si sia trattato di un fatto casuale o, men che meno, il frutto di una scelta bizzarra da parte di questo Pastore scelto dalla fine del mondo.
Nel suo primo viaggio apostolico, in quell’indelebile 22 settembre 2013, ad appena sei mesi della sua elezione al soglio di Pietro, a Cagliari Francesco compie tre gesti, lascia tre impronte che saranno l’irrinunciabile imprinting delle sue visite pastorali: l’incontro con lavoratori e disoccupati, l’abbraccio ai carcerati, la devozione alla Madonna del luogo.
Anche a Milano, prima delle autorità e della folla in piazza Duomo, vengono i poveri delle case bianche in via Salomone, alla periferia del capoluogo lombardo, proprio come avvenne con gli operai e i disoccupati del Largo Carlo Felice; poi il pranzo condiviso con i detenuti di san Vittore, a richiamare la Cattedrale castellana di Cagliari aperta a migranti e detenuti semplicemente perché loro casa; e poi l’immancabile omaggio alla Vergine dei lumbard che fa il paio con quel mazzolino di fiori deposto ai piedi della Madonna di Bonaria. O l’immancabile, silenzioso passaggio a Santa Maria Maggiore, alla Madonna dei romani, al rientro da ogni suo viaggio.
Qualcuno liquida il tutto parlando di Bergoglio-style.
Di certo è invece la coerente, conseguente applicazione del messaggio evangelico a ogni istante del suo pontificato, ribadita anche a Bangui, con l’apertura del Giubileo della Misericordia nella piccola porta santa centrafricana prima di quella, ufficiale, davanti ai maestosi, bronzei portali vaticani.
Milano, allora, poteva ben aspettare.
Cagliari e la Sardegna no.

Paolo Matta