L’ASCENSIONE AL TABOR PER SOPPORTARE LA DISCESA DELLA PASSIONE

2a Domenica di Quaresima Anno A 2017 (12 marzo 2017)
Letture : Gen 12,1-4a ; 2 Tm 1,8b-10 ; Mt 17,1-9

Quando viviamo un’esperienza molto forte, molto intensa, abbiamo spesso la tentazione di fermare il tempo, di fissare la realtà per prolungare l’emozione suscitata nel nostro cuore.
In un certo senso, la nostra esperienza raggiunge l’esperienza dei discepoli che volevano rimanere sulla montagna con il Signore trasfigurato.
Vogliamo anche noi, come Pietro, costruire delle capanne e fermare il tempo. Ma la vita non è così! Ce lo ricordano molto bene le tre letture di questa seconda domenica di quaresima.
Come Abramo, siamo anche noi figli della promessa, cioè chiamati a intraprendere un viaggio interiore, senza sapere dove andiamo.
Questa idea della vita come un cammino, un viaggio spirituale, l’evangelista Matteo la mette in rilievo con questa ascensione e poi questa discesa della montagna della trasfigurazione.
L’esperienza della manifestazione della gloria di Dio non è la conclusione del cammino per i discepoli. È solo una sosta prima di entrare nella Passione e poi di essere mandati in missione attraverso tutto il mondo.
Questa esperienza annuncia certamente le realtà future, ma non lo è. Prima di entrare nella gloria, i discepoli dovranno sperimentare il tradimento e la fragilità, affrontare la crudeltà e l’odio, riconoscere dietro l’assenza del corpo nella tomba il Signore Risorto.
L’esperienza interiore, l’esperienza mistica della visione del Signore trasfigurato permette loro di portare e soprattutto di sopportare la discesa della Passione e tutto questo cammino.
Si capisce allora perché Paolo, nella seconda lettura, non cerca di evitare la sofferenza e la morte. Egli sa molto bene che la manifestazione del Cristo risorto non evita ai suoi discepoli di sperimentare la follia di questo mondo. Ma questa esperienza della follia e della cattiveria, invece di condurre alla disperazione e allo scoraggiamento, apre vie nuove verso la speranza.
Il cristianesimo non nega il male e la sofferenza, non sopprime l’assurdo e l’incomprensibile, ma ci dà la possibilità di attraversare queste cose per entrare nel paese della promessa. Non c’è niente, assolutamente niente, che sia perso per Dio.
Anche le cose più insensate ricevono un senso nella Croce di Cristo. La morte è stata vinta per sempre.
Anche se non lo vediamo con i nostri occhi di carne, gli occhi del nostro cuore possono intravedere dietro la follia di questo mondo un’altra storia, un altro modo di capire la realtà che non si limita a ciò che si vede. La gloria di Cristo sta trasformando pian piano ogni cosa, in un modo certo molto sottile ma molto profondo. La storia, la vera storia del mondo, come la nostra, è ormai tessuta dalla presenza di Cristo.
In ogni evento, ogni incontro, ogni momento, dietro le cose più ordinarie, c’è una luce che ci accompagna, una presenza che ci sostiene e ci accoglie. Ogni tanto, quando non l’aspettiamo, può sorgere davanti ai nostri occhi questa gloria nascosta nel tabernacolo, nella parola di Dio, nella Chiesa, negli altri. Dio è là, molto vicino. In Gesù, è diventato il compagno delle nostre esistenze.
Anche se è spesso molto discreto, ogni tanto si manifesta, in piccoli segni di attenzione e di bontà. Non siamo più soli, ma siamo diventati i suoi compagni, i suoi amici per sempre.

Dom Guillaume
* già abate trappista di Mont-des-Cats, cappellano a Valserena (Pisa)