GALANTINO: «CHIESA E CATTOLICI LONTANI DAL POTERE»

La decisione del segretario generale della CEI Nunzio Galantino di non prendere parte a un evento pubblico su Alcide De Gasperi «per evitare di contribuire a rafforzare polemiche in un clima invano esasperato» è stata variamente interpretata, dentro e fuori la Chiesa cattolica.


Inopportuno, imprudente, perfino scandaloso Galantino.
Della lectio degasperiana (14 pagine, tempo medio di lettura una mezz’oretta) su giornali e social è stato riportato un solo passaggio: «La politica di Alcide De Gasperi non è quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi».
Tanto è bastato per una levata di scudi (in gran parte crociati) contro l’ennesima entrata a gamba tesa dei vertici della Chiesa contro l’attuale classe politica al governo del Paese. Governo e Parlamento, nessuno escluso.
Qual è la notizia?, verrebbe da chiedersi.
Nello scorrere la lectio nella sua interezza, si trovano infatti ben altre analisi e passaggi, questi sì scomodi e provocatori, ma chissà perché lasciati a margine di quegli uterini e sguaiati commenti della prima ora.

Nell’intervento di Galantino c’è molto di più di una polemica con i leghisti o con una destra più o meno apertamente xenofoba. C’è la applicazione pratica, tremendamente concreta, della rivoluzione di Papa Francesco e di questo pontificato, un taglio alla radice di consuetudini e collateralismi di vecchio stampo democristiano.

Un segnale di discontinuità che chiude un’epoca, quella di Ruini, di Bertone e di Bagnasco, caratterizzata dall’abbraccio mortale fra Chiesa e berlusconismo, dominato dall’equazione “leggi favorevoli alla Chiesa uguale appoggio incondizionato della CEI”.

Parlando dell’eredità di De Gasperi, Galantino – questa sì che è la vera notizia – descrive un quadro di riferimento nuovo per la chiesa e i cattolici italiani la cui parola chiave è “autonomia”.
Dei laici rispetto alla gerarchia, da quella largamente intesa come il Vaticano o dal vescovo della chiesa locale, ma soprattutto autonomia dei vescovi restituiti al loro ruolo di pastori e missionari del Vangelo.

Nella sua lectio il segretario della CEI ha citato il sindacalista Giuseppe Di Vittorio, il leader comunista Palmiro Togliatti, che volle il Concordato con la Chiesa incardinato nella Costituzione, Romano Prodi (“in quanto critico verso il principio dell’uomo solo al comando”), il leader socialista Pietro Nenni che parla di De Gasperi nei suoi diari, il costituzionalista Leopoldo Elia e lo storico cattolico Pietro Scoppola, oltre ad Aldo Moro e Amintore Fanfani.

«Siamo di fronte – afferma il segretario della Cei – alla necessità non solo di una nuova forma di convivenza fra i popoli, ma anche di un nuovo modello macroeconomico, di una nuova politica industriale, di una politica dei diritti sociali più completa. Chi pensa, chi adotta, chi realizza queste riforme?».

La parola passa ora a un laicato cattolico frantumato, messo all’angolo quando non servo del padrone, svuotato di energie spirituali e guide illuminate. Lasciano ancora storditi le immagini e i suoni di un non lontano Meeting di Rimini con Berlusconi accolto e osannato al grido di «Silvio, Silvio» dall’assemblea ciellina in delirio.

Galantino indica una strada, la sola: quella della politica «come la più alta forma di carità». Tutto il resto è chiacchiera, è slogan. È storia che non c’è più.

 

Paolo Matta