PAPA A FIRENZE: «DIO PROTEGGA LA CHIESA ITALIANA DA POTERE, IMMAGINE E DENARO»

Firenze, culla dell’umanesimo e della cultura universale, segnerà una pietra miliare nel pontificato di Papa Francesco. E non solo per i 50mila dell’Artemio Franchi, o per le folle che, anzichè fermarsi alle transenne e aspettare il suo passaggio, seguivano correndo la papamobile, in una scena puramente evangelica.

Ma è stato soprattutto nella sua omelia che il Papa ha apposto il sigillo sul futuro della Chiesa italiana a convegno per la quinta volta dopo le tappe memorabili di Loreto (1985), Palermo (1995) e Verona (2006).

Qualcuno ha parlato di “terremoto” Bergoglio.
In effetti, la decisione di aprire e non chiudere, il suo irrompere e frantumare un cliché consolidato (dalla commozione per i cittadini cinesi morti nell’incendio a Prato per finire con i piatti di plastica al pranzo con i poveri), il suo parlare usando un linguaggio semplice e pratico, di fatto ha costituito il superamento stesso del Convegno (a cominciare dal suo tema, un po’ antiquato nell formulazione, forse eccessivamente cattedratico): perché – come ha detto con grande efficacia Paolo Scandaletti nell’ultima riunione del Consiglio nazionale dell’Ucsi – «con Papa Francesco siamo costantemente in una dimensione di Chiesa itinerante in un perenne sinodo, dove riconquistano la loro centralità, anche teologico-pastorale, le diocesi e i vescovi locali affrancate finalmente dal potere centrale della CEI».

Come sempre lucidissima anche l’analisi di Andrea Tornielli su La Stampa.
«Agli stati generali della Chiesa italiana Francesco non è venuto a dare ricette, né tantomeno a presentare un «progetto bergogliano» con il quale sostituire altri progetti o chiudere vecchie stagioni ecclesiali. Eppure le sue parole sono destinate a segnare uno spartiacque. Nel suo lungo e articolato discorso, tenuto sotto la cupola del Duomo di Firenze con l’affresco del Giudizio universale, il Papa ha proposto alla Chiesa italiana  un minimalismo evangelico centrato sullo sguardo all’umanità di Gesù, sulla predilezione per i poveri e sull’apertura al dialogo e al confronto con tutti. Non ha fatto discorsi astratti sull’«umanesimo», ma ha usato parole «semplici e pratiche». Ha indicato tre sentimenti di Gesù – l’umiltà, l’interesse per la felicità dell’altro, la beatitudine evangelica – e ha messo in guardia dalle tentazioni di confidare «nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte» e di una fede «rinchiusa nel soggettivismo».

Ma la vera notizia, questa volta, sta nelle ultime righe del testo papale. Francesco, dopo aver ripetuto che non sta a lui tracciare il nuovo percorso della Chiesa italiana («Spetta a voi decidere») ha fatto un’unica richiesta: «In ogni comunità, in ogni parrocchia, in ogni diocesi, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell’Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Ora, quella esortazione, vero documento programmatico del pontificato, è stata pubblicata già due anni fa. Se il Pontefice invita a riprendere in mano quel testo evidentemente ritiene che la Chiesa italiana non l’abbia fatto o non l’abbia fatto abbastanza.

Non è questione di slogan. Non si tratta di sostituire nei soliti discorsi i «valori non negoziabili» con i «poveri» o le «periferie», né riscrivere i curricula per candidati vescovi mettendo al primo posto le ore trascorse alla mensa della Caritas, se tutto resta come prima. La «conversione pastorale» che Francesco indica con il suo pontificato è qualcosa di più semplice e al tempo stesso più radicale. È una Chiesa «inquieta» che si fa spiazzare e mettere in discussione dal Vangelo, che abbandona ogni collateralismo, ogni «surrogato di potere, d’immagine, di denaro». Una Chiesa che non si culla della sua presunta egemonia, delle sue sicurezze economiche e strutturali.