IL DUBBIO DI TOMMASO, BEATITUDINE NELLO SPIRITO

La beatitudine di credere senza aver visto è frutto dello Spirito Santo
II domenica di Pasqua – Anno B (8 aprile 2018) – Letture:  At 5, 12-16; Ap 1, 9-19; Gv 20, 19-31

«Mentre erano chiuse le porte… venne Gesù».
Per descrivere la venuta del Signore in mezzo ai suoi discepoli, Giovanni usa queste parole molto sobrie e molto semplici. Niente di straordinario, niente terremoti o suoni di tromba, niente luci folgoranti o sensazioni straordinarie.
No, semplicemente una porta chiusa e una presenza.
Due elementi che si ritrovano spesso nella nostra esperienza esistenziale: quando viene Gesù, quando facciamo l’esperienza della sua presenza, ci accorgiamo sempre che vivevamo con le porte chiuse.

Difatti, la presenza di Gesù cambia lo sguardo che i discepoli ponevano sul mondo e su se stessi. Prima che Gesù venisse tra loro, il mondo era il loro nemico. Avevano paura, dovevano proteggersi e nascondersi. Ma, quando hanno fatto l’esperienza della presenza di Gesù, allora tutto cambia per loro. Non hanno più bisogno di chiudersi, di proteggersi, di nascondersi. Il mondo non è più il loro nemico, ma è diventato l’amico a chi bisogna annunciare la buona notizia, la bellissima sorpresa: Gesù è risorto.

Ma questo cambiamento di atteggiamento, questa trasformazione dell’essere e delle abitudini, non sono così semplici. In questo brano del suo vangelo, Giovanni insiste su questo aspetto. Non basta fare l’esperienza straordinaria della presenza di Gesù, non basta neanche ricevere lo Spirito Santo dalle mani del Maestro, per convincere gli altri. Il rifiuto di Tommaso di credere è molto significativo per questo. Se la parola dei suoi dieci compagni non ha potuto convincere Tommaso, che era assente quando Gesù venne tra i suoi apostoli, come possiamo pretendere noi, di convertire il mondo? Se Tommaso, uno dei discepoli scelti da Gesù stesso, ha rifiutato di credere, come possiamo rimproverare a tanti uomini, che non hanno visto niente, di resistere?

Una domanda viene naturalmente allora. Cosa mancava ai discepoli perché Tommaso potesse credere? Certo, dopo, Tommaso ha visto il Signore e ha confessato la sua fede. Ma perché gli apostoli, i primi testimoni della risurrezione, non hanno potuto convincerlo?
Avevano visto il Signore e ricevuto lo Spirito Santo, si erano radunati per pregarlo, allora, cosa mancava loro ancora?

La risposta a questa domanda, l’evangelista la dà nelle ultime parole del Signore, o piuttosto in una parola unica che scandisce i quattro vangeli. E questa parola molto semplice ma indispensabile, che riassume tutto il messaggio di Gesù, che dà la forza ai discepoli e convince gli ascoltatori da secoli, questa piccola parola che ha dato anche il suo nome ai vangeli che sono la buona novella, questa piccola parola, che si ritrova tanto spesso nelle bocca di Gesù, questa parola è “beati”.
Ciò che dà forza all’annuncio del vangelo, ciò che rende la fede desiderabile e credibile, ciò che trasmette, anche senza parole, il desiderio di conoscere e di seguire Gesù, è questa beatitudine, questa pace, questa serenità, questa gioia che sono frutto dello Spirito Santo.
Ma questa gioia si impara, non solo vedendo il Risorto, ma soprattutto toccando le sue piaghe e le sue ferite, che sono anche le nostre.

Dom Guillaume trappista, cappellano Monastero Cistercense Valserena
(www.valserena.it)